Un Paese dove i giovani studiano e lavorano

Secondo il Consiglio Nazionale dei Giovani, la legge Finanziaria approvata oggi stanzierà maggiori risorse per le nuove generazioni (9,7%), mentre i dati del CNEL ripropongono, per le nuove generazioni, gli stessi problemi e cioè: degiovanimento, disoccupazione, emigrazione (fuga di talenti), dipendenza prolungata dalla famiglia di origine, bassa natalità, mobilità sociale bloccata, livelli di scolarizzazione minori di altri Paesi europei. Ma non solo: anche ritardo nelle scelte di autonomia (abitative, lavorative, di coppia, di procreazione), povertà, salari bassi, working poor  e gap gender, contenuti livelli di partecipazione, investimenti delle istituzioni su Scuola, Ricerca, politiche giovanili, Formazione, Università minori della media europea. A ciò si aggiunge, secondo il Censis, un maggior numero di giovani meno intraprendenti e più delusi rispetto al futuro , con più difficoltà nella transizione dall’istruzione al lavoro (per mancanza di competenze adeguate al mercato), fino al fenomeno dei Neet (quei giovani che non studiano e non lavorano e che sono il 18,4% dei 18-29enni rispetto alla media europea del 13,2%).

Vista la situazione, bisogna invertire la rotta e costruire all’opposto un Paese dove i giovani studiano e lavorano, quindi da Neet a Ieet (In Education, Employment or Training). Da questo punto di vista, ai vertici della graduatoria sono i Paesi del Nord Europa: i Paesi Bassi sono primi in graduatoria con il 56,1% di 18-24enni che studiano e lavorano. Seguono Danimarca (43,5%) e Germania (35,9%). All’ultimo posto la Romania, con il 4,4%, preceduta dall’Italia (5,7%). La numerosità dei Neet è infatti ridotta nei Paesi a più alta intensità di giovani adulti che lavorano e studiano, Paesi in cui è consolidato l’impiego di dispositivi che permettono ai giovani di acquisire competenze sul posto di lavoro, facilitando così il loro inserimento occupazionale. La ricetta? Un sussidio statale di 800 euro a chi frequenta Università (che sono gratuite) e lavora 12 ore a settimana, poi prendere parte a stage già durante le scuole Superiori, azioni e servizi di orientamento continuo. Semplice e facilmente esportabile e gestibile su base regionale, mentre il costo su base nazionale per i neo immatricolati di quest’anno sarebbe stato di circa lo 0,4% delle spese correnti.

Ciò andrebbe nella direzione di facilitare l’accesso al reddito dei giovani. Non è possibile che un ragazzo di 19-25 anni debba continuamente chiedere soldi ai genitori per uscire con gli amici, per comprarsi vestiti, per praticare sport, ecc. . L’assegno unico in base alle ISEE paradossalmente è impostato al contrario: in Italia diminuisce di molto all’aumentare dell’età dei figli. Così, proprio quando il costo della vita dei giovani aumenta (es. per studiare e trasferirsi in una città universitaria per cinque anni), alle famiglie viene riconosciuto un assegno ridotto e ragazze/i perdono opportunità, in primis di studio, bloccando l’ascensore sociale che è il motore delle società moderne. Così si creano persone che sono dipendenti fino ad oltre trent’anni dalla famiglia di origine… L’assegno di studio ai giovani che studiano dovrebbe esserci anche in Italia, unito alla possibilità di integrarlo con una semplicità di accesso al lavoro per 10/12 ore settimanali. Dovremmo infatti avere anche nel nostro Paese giovani che “studiano e lavorano”.  Altrimenti continueremo ad avere queste disuguaglianze, mentre è necessaria una azione che sia veramente risolutiva. E le Regioni potrebbero metterla in atto, attuando anche un sistema semplice di tutele lavorative, unito a dei servizi di orientamento che coinvolgano gli Informagiovani ed i Centri per l’Impiego delle città sedi di Università. L’impatto sarebbe quello di anticipare e prendere confidenza con il mondo del lavoro e dell’impresa, “educandosi” a questa dimensione (che spesso è rimandata fino ai 25/26 anni), favorire l’occupabilità dei giovani riducendo la distanza tra le competenze possedute e quelle richieste dal mondo del lavoro, incrementare – attraverso la partecipazione al lavoro – una responsabilità sociale e civile delle generazioni più giovani e, non da poco, attrarre nel nostro Paese giovani stranieri motivati allo studio.

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