Rapporto Censis 2025 e giovani: le principali evidenze

La 59ª edizione del Rapporto Censis (presentata il 5 dicembre scorso) traccia il profilo di un Paese che ha saputo porsi faccia a faccia con il presente, rimodulando attese e desideri, rispetto all’età selvaggia, del ferro e del fuoco, in cui ci siamo inoltrati. Segnala la deriva del Grande Debito; il lungo autunno industriale; la febbre del ceto medio e l’arte arrangiatoria degli italiani, insieme a quella del piacere.

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Se quasi la metà degli italiani (il 46,8%) è convinta che l’Italia non abbia davanti a sé un futuro all’insegna del progresso, i giovani che pensano ciò sono il 55,8% tra i più̀ giovani, in un contesto generale dove il 38,7% considera le democrazie inadeguate a sopravvivere nell’età selvaggia, (quando a contare sono la forza e l’aggressività, anziché la legge e il diritto) ed il 29,7% è convinto che i regimi autocratici siano più adatti a competere nel nuovo mondo a soqquadro.

Re dei piaceri è il sesso, oggi terreno di sperimentazione, che vede quasi due terzi degli italiani tra i 18 e i 60 anni (il 62,5%) con vita sessuale molto intensa, contrassegnata da un ritmo settimanale. Tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale sale al 72,4%, con solo il 6,4% non fa mai sesso.

Come in gran parte delle democrazie occidentali, vi è un calo costante della partecipazione politica che si evidenzia nel crescente astensionismo alle elezioni. Oltre al calo di chi si informa regolarmente di politica e ne parla, vi è un calo nell’ascolto di dibattiti politici (dal 21,1% al 10,8%), soprattutto per quanto riguarda i più giovani: solamente l’8,2% dei 20-24enni nel 2024 ne ha ascoltato uno, a fronte del 19,5% di vent’anni fa. Inoltre, la partecipazione ai comizi si è più che dimezzata, passando dal 5,7% della popolazione del 2003 al 2,5% del 2024. I comizi non rappresentano più un canale di coinvolgimento politico attrattivo soprattutto per i giovani di 20- 24 anni, che in passato vi hanno sempre partecipato in misura maggiore della media della popolazione, pur in un contesto di progressiva disaffezione. Rispetto al 6,3% dei 20-24enni del 2003, nel 2024 vi ha preso parte solo l’1,9%. Anche la mobilitazione di piazza è sempre meno frequente: mentre nel 2003 il 6,8% degli italiani partecipava ai cortei, vent’anni dopo vi ha aderito solo il 3,3%. Tuttavia, nonostante il calo, i giovani continuano ad animarli in misura maggiore (il 6,2%) rispetto alla popolazione complessiva, testimoniando in questo modo come i cortei, benché frequentati molto meno che in passato, restino ancora il canale di partecipazione diretta più vicino alla sensibilità giovanile.

Formazione

– Se la scuola non prepara al futuro. Secondo una indagine del Censis, il 28,3% dei giovani di 16-19 anni ritiene che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro (il dato sale al 32,7% tra i 18-19enni). Sette su dieci esprimono invece un giudizio positivo, riconoscendo alla scuola una preparazione sufficiente (53,3%) o adeguata (18,4%) alle sfide che dovranno affrontare. Il 74,6% dei ragazzi insoddisfatti pensa che la vita vera sia fuori dalla scuola, il 57,8% non ritiene che la scuola possa aiutarli a capire meglio il mondo, il 53,0% non pensa che la scuola sia una palestra di vita. Così, il 26,1% degli insoddisfatti (contro il 7,6% di chi ritiene che la scuola prepari in modo almeno sufficiente) non pensa che a scuola stia mettendo le basi per il proprio futuro e il 27,2% non crede che studiando possa realizzare i propri obiettivi. Il disorientamento rispetto a un futuro incerto aumenta tra i giovani più critici verso la scuola. Ma molti giovani avanzano proposte. Il 56,1% vorrebbe ricevere dalla scuola indicazioni pratiche su come muoversi nel mondo del lavoro, il 41,9% reclama una didattica innovativa e lezioni più dinamiche, il 31,1% vorrebbe programmi scolastici più attenti alla realtà contemporanea. L’educazione affettiva e sessuale è un bisogno espresso dal 34,7% dei giovani, il 19,0% vorrebbe insegnamenti per imparare a riconoscere le fake news e le truffe online.

Intelligenza artificiale a scuola: il punto di vista degli studenti. Il 72,0% degli studenti della scuola secondaria di II grado utilizza l’Ia per lo studio o nella vita personale, il 53,1% ha nella propria classe insegnanti favorevoli al suo impiego nella didattica, il 33,8% ha docenti che la utilizzano come supporto all’apprendimento. Il 72,0% è consapevole che l’utilizzo esperto dell’Ia è una competenza fondamentale per il futuro e ritiene quindi che dovrebbe essere oggetto di insegnamento. Il 59,2% crede che velocizzi alcune fasi dell’apprendimento, favorendo l’approfondimento dei temi più complessi. Il 53,9% afferma che li ha aiutati a sviluppare un metodo di studio, nuove idee o modi originali di affrontare i compiti. Ma il 71,7% controlla sempre che il contenuto generato dall’Ia sia corretto. E il 46,0% dichiara di provare frustrazione quando altri studenti ottengono buoni voti grazie all’Ia. La maggioranza desidera impiegarla soprattutto per spiegazioni personalizzate su ciò che non comprende (43,5%) e per esercitarsi con quiz, verifiche o simulazioni (42,9%). Il 31,9% la considera un supporto nella scrittura. Solo il 13,5% ammette di considerarla uno strumento utile per svolgere velocemente i compiti e liberare così più tempo per sé.

I Neet e la transizione istruzione-lavoro. Tra il 2019 e il 2024 la quota di Neet di 18-29 anni (giovani non impegnati in percorsi di studio o formazione, né in attività lavorative) è diminuita di 7,5 punti percentuali, passando dal 25,9% al 18,4% del totale, sebbene l’Italia resti al di sopra della media europea (13,2%). I Neet 18-24enni, che nel 2019 erano il 23,0% (10 punti sopra la media Ue), nel 2024 sono scesi al 16,2% (4 punti sopra la media Ue, attestata al 12,0%). Mentre i Neet 25-29enni sono scesi dal 29,6% al 21,5%, riducendosi di oltre 8 punti percentuali (media Ue: 14,7%). Restano ancora da coprire le distanze che separano l’Italia dai Paesi più virtuosi, che nel 2024 hanno registrato quote di Neet non superiori al 10%: Paesi Bassi (5,8%), Malta (7,2%), Svezia (7,7%), Slovenia (7,9%), Danimarca (9,2%), Irlanda (9,3%), Austria e Germania (10,0% in entrambi i casi). Il gap da colmare richiede una transizione più fluida dall’istruzione al mercato del lavoro e una contaminazione dei due ambiti. Da questo punto di vista, ai vertici della graduatoria sono i Paesi del Nord Europa: i Paesi Bassi sono primi in graduatoria con il 56,1% di 18-24enni che studiano e lavorano. Seguono Danimarca (43,5%) e Germania (35,9%), poi Irlanda (34,1%), Finlandia (31,6%), Svezia (29,9%) e Austria (29,4%). All’opposto si colloca la Romania, con solo il 4,4% di 18-24enni che conciliano lo studio con il lavoro, preceduta in penultima posizione dall’Italia (5,7%), superata anche dalla Grecia (5,8%). La numerosità dei Neet è infatti ridotta nei Paesi a più alta intensità di giovani adulti che lavorano e studiano, Paesi in cui è consolidato l’impiego di dispositivi che permettono ai giovani di acquisire competenze sul posto di lavoro, facilitando così il loro inserimento occupazionale.

Università: aumento delle immatricolazioni e progressiva ridefinizione delle traiettorie di studio. Nell’anno accademico 2024-2025 si conferma la tendenza positiva delle immatricolazioni, con un aumentato del 5,3%. L’incremento non è stato però uniforme a livello geografico. Sono stati gli atenei del Centro a registrare l’aumento più consistente di immatricolati (+14,0%), seguiti da quelli meridionali (+6,1%) e poi dal Nord-Est (+2,0%), mentre nel Nord-Ovest la variazione è stata negativa (-0,9%). Le scelte degli atenei, infatti, devono misurarsi con la sostenibilità economica per le famiglie degli studenti. La mobilità studentesca si sta contraendo. Dopo l’incremento registrato nell’anno accademico 2021-2022, quando gli immatricolati fuori regione erano il 21,6% del totale (+1,2% rispetto all’anno prima), negli anni successivi l’andamento è stato decrescente: il 20,8% nel 2022-2023, il 19,6% nel 2023-2024, il 17,6% nel 2024-2025. Se nell’anno accademico 2024-2025 sono ancora gli atenei del Nord-Est i più attrattivi, con un saldo positivo tra immatricolati fuori regione e residenti immatricolati in altre regioni pari al 10,9%, seguiti da quelli del Centro (+8,2%) e da quelli del Nord-Ovest (+2,6%), tali valori però sono nettamente più bassi rispetto a quelli del 2019-2020 sia nel Nord-Est (il saldo allora era pari a +13,9%), sia al Nord-Ovest (+8,1%). Negli atenei meridionali invece l’indice di attrattività, seppure ancora negativo, si è ridotto di 8 punti percentuali, in ragione della diminuzione degli studenti immatricolati fuori dalle regioni di residenza: da -23,8% nel 2019-2020 a -15,8% nel 2024-2025. A livello regionale il più attrattivo è il sistema universitario dell’Emilia-Romagna, con un saldo positivo pari a +26,3%, seguito dagli atenei di Umbria (+18,0%) e Lazio (+11,2%), poi Trentino-Alto Adige (+9,1%), Toscana (+6,0%), Lombardia (+5,6%), Friuli Venezia Giulia (+2,2%) e Piemonte (+1,9%).

Apprendimento permanente: chi rimane indietro? La formazione continua e permanente degli adulti è centrale nelle politiche formative delle economie avanzate. Tra il 2020 e 2024 il tasso di partecipazione all’apprendimento formale e non formale in Italia è aumentato dal 7,1% dei 25-64enni al 10,4%. Non si è però annullata la distanza dalla media europea, pari al 13,5%. Se si considera la partecipazione alla formazione nei dodici mesi, lo scenario è scoraggiante: sia l’Italia che l’Ue nel suo complesso sono ancora distanti dall’obiettivo 2030 di almeno il 60% di adulti inseriti in attività formative, con tassi rispettivamente del 20,9% e del 28,5%. Solo la Svezia ha raggiunto e superato la soglia del 60%. Danimarca, Estonia e Finlandia sono oltre il 50%. L’Italia si posiziona agli ultimi posti, con un tasso superiore solo a Germania, Polonia, Romania, Croazia, Grecia, Bulgaria. Il valore italiano del 20,9% è composto dall’8,2% di formati 25-64enni con al più la licenza media, dal 20,9% di diplomati e dal 39,8% di persone con titoli terziari. La propensione individuale all’apprendimento è quindi più elevata tra chi ha una maggiore consuetudine con lo studio. Fuori dal circuito educativo restano proprio gli adulti che presentano le maggiori necessità.

Welfare

I genitori che investono sui figli. Per molti genitori è diventato prioritario investire risorse economiche per rendere meno faticosa la corsa a ostacoli dei figli nella vita. Il 78,7% dei genitori dichiara di investire per costruire un futuro più sereno per figli e nipoti, il 66,0% risparmia per finanziare spese importanti come il matrimonio o l’acquisto della prima casa dei figli, il 63,4% spende per le loro attività extrascolastiche. Si tratta di una vera e propria cultura dell’investimento familiare, che trova nel risparmio il motore necessario per supportare i figli nella transizione alla condizione adulta. Tuttavia, l’impegno si misura con un clima di aspettative decrescenti. Il 49,8% dei genitori crede che in futuro la condizione economica dei figli sarà peggiore della propria, solo il 29,1% pensa che sarà migliore e il 17,6% uguale. Il 52,7% dei genitori ritiene che i propri figli, e i giovani italiani in generale, farebbero meglio a cercare un lavoro all’estero.

«I soggetti economici dello sviluppo»

Sempre meno imprenditori. In vent’anni, dal 2004 al 2024, il numero dei titolari d’impresa in Italia è diminuito da 3.428.000 a 2.844.000, con una riduzione di 585.000 unità (-17,0%). In particolare, i titolari d’impresa fino a 29 anni sono oggi 153.425, ovvero 132.000 in meno rispetto al 2004 (-46,0%). La componente più giovane rappresenta così il 5,4% dei titolari d’impresa, mentre pesava per l’8,3% nel 2004. Fino al 2016 gli imprenditori con una età compresa tra i 30 e i 49 anni erano maggioritari (il 50,6% nel 2008), mentre adesso sono il 40,7%. Nel frattempo, gli imprenditori più anziani, con 50 anni e oltre, sono arrivati a rappresentare il 10,0% del totale dei titolari d’impresa (erano l’8,1% nel 2004). Non basta più nemmeno il contributo dei titolari d’impresa stranieri a compensare la deriva di invecchiamento della classe imprenditoriale italiana: oggi sono 461.000 e rappresentano il 16,2% del totale, diminuiti dello 0,3% tra il 2021 e il 2024 (ma del 6,4% al Centro e dell’1,5% nel Mezzogiorno).

«Sicurezza e cittadinanza» 

Le paure dei giovani. Il 74,6% dei 18-34enni afferma che negli ultimi cinque anni girare per strada è diventato più pericoloso, il 67,1% quando torna a casa di notte ha paura, il 52,1% ha rinunciato almeno una volta a uscire per timore che potesse accadergli qualcosa di grave, il 39,4% ha paura di restare a casa da solo di notte e il 32,6% accende le luci in più stanze quando si trova da solo in casa. Si tratta di timori diffusi che non si limitano al rischio di subire un reato, ma investono una generazione che affronta il presente sentendosi fragile e vulnerabile e traducendo questa sensibilità anche in paure che riguardano le scelte più comuni e i comportamenti abituali.

Lavoro

La demografia ha cambiato volto all’occupazione. L’incremento di 833.000 occupati negli ultimi tre anni è dovuto sostanzialmente alle persone con 50 anni e oltre: +704.000 (ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +160.000 nei primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2024 (+2,7%)

Innovazione

Lavoro: Il ruolo centrale dell’engagement nella produttività del lavoratore e dell’azienda. Solo il 29,4% degli occupati dipendenti nel settore privato in Italia si sente molto motivato a dare il massimo nel proprio lavoro. Tra i lavoratori over 55 lo afferma più di uno su tre (il 37,5%), tra gli under 44 la quota scende a circa uno su quattro (il 24,0%). Anche la posizione occupata all’interno delle gerarchie aziendali fa la differenza: i dipendenti intermedi mostrano un tasso di motivazione elevato: il 32,2% contro il 26,1% di chi svolge mansioni esecutive. Quando l’engagement viene a mancare, sorge il disimpegno, conseguenza di diversi fattori: il disallineamento tra le competenze del lavoratore e le mansioni affidate, e la disillusione, con un distacco emotivo dalle attività lavorative svolte e la perdita di centralità del lavoro nella vita delle persone. La disaffezione al lavoro rappresenta una delle maggiori sfide per le imprese. Il 38,3% dei lavoratori percepisce un impatto forte e tangibile sulla produttività aziendale, un ulteriore 34,2% lo riconosce come un fattore influente.

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