Il calo della dispersione scolastica che finalmente l’Italia ha registrato deriva certamente dalle azioni messe in campo nel Paese da decenni, ma si innesta anche su trend strutturali che vengono da lontano: dalla demografia al rapporto tra ragazzi e scuola. Il fatto che oggi più ragazzi restino in classe, però, non significa che le sfide siano terminate. C’è la dispersione scolastica implicita, ci sono le competenze da recuperare, ma c’è anche un altro fenomeno: l’aumento delle assenze, che i dati sulla dispersione non fotografano. Una sfida a cui rispondere rafforzando la comunità educante.
a dispersione scolastica in Italia non è mai stata così bassa. Nel 2025, secondo Istat, gli early leavers from education and training – Elet sono scesi all’8,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni e secondo i dati presentati da Invalsi a luglio, nel 2026 la quota dovrebbe scendere al 7,3%. L’Italia ha quindi centrato con cinque anni di anticipo l’obiettivo europeo di portare gli early school leavers sotto il 9% entro il 2030 e quello del Pnrr, che fissava il traguardo al 10,2% entro il 2026. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha rivendicato il dato come risultato delle politiche del Governo, in particolare Agenda Sud, Agenda Nord e decreto Caivano. Nessun cenno all’impatto (c’è o non c’è?) del Pnrr, che pure per questo obiettivo ha stanziato 1,5 miliardi di euro.
Questi dati però raccontano solo una parte della storia. Innanzitutto perché se approfondiamo i dati, vediamo una situazione nettamente peggiore nei grandi centri urbani, soprattutto al Sud. A Catania oltre un quarto dei giovani tra 18 e 24 anni ha lasciato la scuola prima del diploma, a Palermo il 19,8%, a Napoli il 17,6%. Tra chi non ha la cittadinanza italiana, inoltre, l’uscita precoce dal sistema di istruzione è ancora più frequente: a Catania sono il 68,6%, a Bari il 60%, a Cagliari il 59,2%. L’abbandono scolastico è legato a diversi fattori, non solo a ciò che un ragazzo “ci mette” di suo.
D’altra parte, la riduzione della dispersione è un importante successo, ma la medaglia ha un risvolto: una quota importante di studenti che prima avrebbe interrotto il percorso scolastico, oggi rimane nel sistema, presentando però maggiore fragilità negli apprendimenti, la necessità di approcci didattici differenti. La nuova sfida, in sostanza, è come ingaggiare e “conquistare” quei ragazzi che oggi a scuola rimangono, ma che fanno fatica a imparare e a trovare il loro posto nella scuola, portandoli anch’essi a livelli adeguati di apprendimento. In particolare, c’è quello che il dato della dispersione esplicita non vede e che da qualche anno chiamiamo “dispersione implicita”: secondo Invalsi è anch’essa in miglioramento ed è passata dall’8,7% del 2025 al 6,3% del 2026, il dato migliore dal 2019. Ma anche qui le disuguaglianze territoriali e sociali rimangono profonde: si va dall’1,3% della provincia autonoma di Trento al 12,6% della Campania e dal 3,7% fra chi vive in famiglie con un reddito equivalente sopra la media al 7,3% di chi vive in una famiglia con reddito equivalente sotto la media, praticamente il doppio.
La scuola scelta per l’aggregazione
Per Marco Rossi-Doria, già maestro di strada, esperto di politiche per il contrasto della dispersione scolastica e presidente dell’impresa sociale Con i Bambini, è proprio questa la sfida che la scuola oggi ha davanti. «Sono decenni che l’Italia sta investendo per ridurre gli abbandoni precoci ed è evidente che in questo campo i movimenti e i risultati sono lenti. Le misure che ha citato il ministro hanno dato un contributo, in continuità con le azioni precedenti, innestandosi però su trend sotterranei molto più strutturali». Sotto la superficie, racconta, si stanno muovendo trasformazioni più lente, profonde e difficili da misurare: la crisi demografica, il cambiamento del rapporto tra ragazzi e scuola, l’evoluzione del ruolo degli insegnanti, il rapporto delle famiglie con l’istruzione, il lavoro delle scuole sui territori.
Credere nella scuola
Perché la demografia abbia a che fare con il calo della dispersione scolastica, per Rossi-Doria è presto detto: «La demografia fa sì che oggi sostanzialmente al di fuori della scuola è molto difficile avere luoghi di incontro, per gli adolescenti. Una volta non era così, c’erano dei luoghi in cui incontrarsi, oggi al di fuori della scuola i ragazzi per lo più si chiudono in casa». È una spinta a restare a scuola, che ha a che fare con la scuola come primo e principale luogo di aggregazione per gli adolescenti.
Altri trend sotterranei riguardano l’investimento sull’istruzione dei figli fatto dalle famiglie con reddito più basso, che Rossi-Doria vede nello stesso modi nei suoi Quartieri Spagnoli come fra i lavoratori agricoli migranti della Valle del Sele. E ancora, il fatto che tra insegnanti e alunni non c’è più quella frattura generazionale che qualche anno fa invece era molto forte, anche (ma non solo) sul versante digitale. «È un’ipotesi, non una evidenza scientifica, ma empiricamente vediamo che i ragazzini vanno più volentieri a scuola quando c’è un insegnante più capace di parlare, che riesce a tenere insieme due esigenze apparentemente opposte, di relazione e di rigore».
Allestire avventure
Questi dati di fatto hanno una conseguenza chiara, sottolinea Rossi-Doria: «Oggi ancor più di ieri a scuola ci si va per piacere. Non più per la paura del brutto voto o del castigo. La leva non è più il “principio dovere”, ma il “principio piacere”. Il tema allore è costruire una scuola capace di “allestire avventure”, perché questa è la chiave della motivazione agli apprendimenti: la piacevolezza, la curiosità, l’avventura cognitiva». Questo non significa, precisa, eliminare la fatica: «È chiaro che nel processo di apprendimento c’è una parte inevitabile di noia, di fatica, di frustrazione. Ma affinché possa essere tollerata è necessario che non la scuola non sia “solo” quello». Per questo, secondo Rossi-Doria, serve una scuola più capace di costruire esperienze significative e, soprattutto, una scuola meno sola: «Puoi fare una scuola diffusa, che esce nel territorio a fare ricerca: soprattutto in adolescenza è un approccio che funziona». È qui che entra in gioco la comunità educante, come rete concreta di sostegno attorno agli studenti: «Se l’insegnante ha un minimo di carisma per cui coinvolge, se c’è l’educatore in classe che ti aiuta se resti indietro, le assenze vengono in qualche modo curate e mitigate». Il principio è quello di intervenire prima che la distanza diventi definitiva.
Meno abbandoni, ma più assenze
Perché mentre l’abbandono scolastico cala, dice Rossi-Doria, le assenze stanno aumentando. «Quello delle assenze è un flusso sotterraneo, che sarebbe utile iniziare a osservare e studiare. Perché è vero che oggi si resta più facilmente iscritti alla scuola, ma le assenze sono aumentate. Sarebbe interessante avere il dato ufficiale».
Il numero medio delle assenze non sta nei report del ministero dell’Istruzione e del Merito. Anche l’annuale report sull’andamento degli scrutini (l’ultimo è stato pubblicato a inizio agosto e parla di un 5,3% di non ammessi alla scuola secondaria di secondo grado) indica solo le percentuali di promossi, bocciati e rimandati, senza distinguere quanti tra i bocciati non sono stati ammessi alla classe successiva non perché non abbiano le competenze che servono per affrontarla, ma perché non hanno raggiunto il numero di giorni di frequenza necessario per considerare valido il loro anno scolastico. Si tratta di ragazzi e ragazze che formalmente sono iscritti a scuola e che non rientrano quindi nelle mappature della dispersione scolastica, ma che di fatto a scuola non ci vanno mai. Fantasmi che bisognerebbe andare a cercare casa per casa, nome per nome.
Quel dato VITA al ministero lo chiede da anni. Nell’anno scolastico 2028/2019 solo alla scuola secondaria di secondo grado per troppe assenze furono bocciati il 2,8% dei frequentanti, nel 2019/20 – l’anno del Covid – lo 0,9%, nel 2020/21 il 2,7%. Nel 2021/2022 gli alunni fantasma, non scrutinati per troppe assenze, furono 67.528 alunni, pari al 3,1% dei frequentanti. L’anno dopo 58.446, pari al 2,8%. Dopo di alloranil ministero non ha più fornito a VITA questi numeri.
Ma forse non è nemmeno quello il punto. Le scuole infatti ormai monitorano con attenzione le assenze prolungate, in particolare se superano i 15 giorni non consecutivi in tre mesi senza giustificazione, per prevenire la dispersione scolastica: lo prevede anche il Decreto Caivano, segno che il ministero su questo ha voluto intervenire.
Empiricamente Rossi-Doria racconta di altri numeri in crescita. Di assenze meno eclatanti forse, ma che comunque – goccia dopo goccia – tolgono continuità agli apprendimenti. Di scuole che si svuotano la settimana prima o quella dopo le vacanze di Pasqua o di Natale, di assenze che sempre più spesso arrivano per ragioni contingenti, come una litigata con un amico, un messaggio sui social che ha fatto stare male, un mal di pancia per una verifica, una difficoltà improvvisa… Non è dispersione scolastica nel senso più tradizionale del termine, ma può essere uno dei suoi segni premonitori.
Comunità educanti
Per Rossi-Doria “giocare d’anticipo” è fondamentale: non basta chiedersi quanti ragazzi hanno lasciato la scuola, bisogna capire anche quanti stanno progressivamente perdendo il rapporto con essa. Lì una telefonata cambia la vita: «Se c’è qualcuno che alza il telefono e dice “Senti, lo so che ieri ti è andata male l’interrogazione, però non ti preoccupare, domani vieni che riusciamo a ragionarci insieme, a recuperare quello che non hai capito”, le cose cambiano». È una logica di accompagnamento che cambia il rapporto tra scuola e ragazzo: perché al contrario se le assenze vengono affrontate in maniera rigida, ecco che arriva la bocciatura. Con il rischio che poi la dispersione diventi esplicita». L’esperienza delle comunità educanti, delle reti fra scuola ed extra scuola, mostra invece una cosa precisa: «Diminuiscono le assenze, si recuperano i crediti perduti, si ridesta la motivazione».
In quest’ottica la misura messa in campo dal Pnrr che più di tutte ha funzionato, per Rossi-Doria è quella del mentoring: «È entrata nelle scuole che l’hanno sperimentata una mentalità di accompagnamento educativo, l’idea che se i ragazzi vengono seguiti un po’ di più come persone, non solo come alunni, c’è un effetto anche sull’apprendimento». È una differenza che può sembrare piccola, ma non lo è.
Sul nuovo numero di VITA, “Qui Napoli. Tutta un’altra musica”, parliamo delle nuove sfide per la scuola, ora che la dispersione scolastica in Italia è scesa al di sotto dei valori indicati dall’Unione europea con Marco Rossi-Doria, Ludovico Albert (già presidente della Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo, che 30 anni fa ha dato vita a “Provaci ancora Sam”, uno dei primi grandi progetti per il contrasto della dispersione scolastica e ora attivo a Palermo, con Fondazione Be for Education) e Luca Fanelli, esperto disuguaglianze educative per ActionAid Italia.
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Giovanni Campagnoli è Direttore Scuole don Bosco Borgomanero (No) e Direttore della Fondazione Academy, ente di formazione su robotica e meccatronica, che si rivolge in modo particolare ai Neet. Presidente della Fondazione Riusiamo l’Italia che si occupa in particolare di rigenerazione urbana, luoghi di produzione culturale giovanile e di start up culturali. Dal 2017 al 2021 è stato membro del Consiglio direttivo dell’Agenzia Italiana per la Gioventù. Dal 2004 dirige la net agency politichegiovanili.it, lavorando nell’ambito della ricerca, della consulenza e della formazione su politiche pubbliche per la gioventù, in particolare start up, nuovi lavori, spazi di aggregazione e centri di innovazione culturale e sociale. Docente all’Università Salesiana dall’A.A. 2019/2020, per il Ministero Cultura (MiC) ha sia attivato l’Osservatorio riuso sulla rigenerazione di spazi (http://osservatorioriuso.it ), sia fatto parte della Commissione del Programma Creative Living Lab. Valutatore per la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Gioventù del bando “Cosa vuoi fare da giovane?”, di tre edizioni di “Culturability” (Fondazione Unipolis) e Bando Ecosistemi Culturali di Fondazione Cassa Depositi e Prestiti e di tre Avvisi dell’Assessorato Cultura Regione Piemonte (Hangar, per cui ha lavorato per 5 anni, v. www.hangarpiemonte.it). Autore di articoli e saggi in materia di rigenerazione urbana ed innovazione culturale ha pubblicato – per Ilsole24ore – il testo “Riusiamo l’Italia. Da spazi vuoti a start up culturali e sociali”, presentato in 220 date, con una pagina Facebook seguita da 110.000 persone. Nel 2017, per il Sole24ore, ha pubblicato (insieme al team di Hangar), “La (quasi) impresa. Manuale per operatori culturali”. Per Campus del Cambiamento (Milano) è formatore on line e cura il web format “Riusiamo l’Italia” su Youtube. Per Rete Iter (su finanziamento Dipartimento Gioventù), ha seguito il progetto “La grande bellezza” sulla rigenerazione di 5 spazi in Italia e l’attivazione della piattaforma on line sul matching tra spazi “vuoti disponibili” e potenziali riutilizzatori (v. http://www.mappa.riusiamolitalia.it ). Per la rivista di impresa Millionaire ha curato per cinque anni la rubrica mensile sulla rigenerazione dei luoghi, mantenendo lo sguardo sul project management della trasformazione da spazi vuoti a start up culturali e sociali, in particolari giovanili.
Nell’ambito delle politiche giovanili ha collaborato per anni con la Provincia autonoma di Trento, con Rete Iter, con le cooperative sociali Lotta di Sesto San Giovanni, Aurora Domus di Parma e Smart di Rovereto, con il Centro servizi volontariato Varese, con il Comune di Verbania e con la Fondazione Compagnia di San Paolo. Ha inoltre lavorato per il Comune di Rovereto (consulenza al Tavolo organizzazioni giovanili) e per le città di Formigine (progettazione incubatore tecnologico), Monza (candidatura a capitale italiana dei giovani) e Piacenza (progetto No Neet).
Dal 1993 al 2013 è stato amministratore della cooperativa sociale Vedogiovane (NO), occupandosi dell’area politiche giovanili, con attività di formazione e consulenza a molti enti pubblici e del terzo settore. Successivamente ha lavorato per l’Incubatore certificato Enne3 dell’Università del Piemonte Orientale.
Sul tema delle politiche giovanili ha curato numerose ricerche e pubblicazioni.

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