Anche il Governatore di BankItalia nel suo primo Speech del 2026, lancia il monito su degiovanimento del Paese e valorizzazione del capitale umano per trattenere ed attrarre giovani talenti

Alessandro Rosina ci racconta da 18 anni del fatto che l’Italia sia entrata nella spirale del “degiovanimento” (2008), mentre dell’importanza di valorizzare il capitale umano dei giovani, Floris ne parla nel suo libro del 2007 “Mal di merito. L’epidemia di raccomandazioni che paralizza l’Italia“, così come sulla necessità di trattenere i giovani nel nostro Paese, impedendo una “fuga di talenti nazionali”, Sergio Nava nel 2009, ha scritto l’omonimo libro, seguito poi dal blog e dal programma su radio 24.

La situazione quindi è nota da anni ed oggi i dati relativi a questi fenomeni devono solo essere aggiornati per confermare i trend, così come è appunto contenuto nello Speech del Governatore di Bankitalia, a partire dall’invito a valorizzare i giovani (e la maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro) per ridare slancio all’economia. Negli ultimi due decenni, la quota di giovani con un titolo universitario a cresciuta in modo significativo, fino a raggiungere il 30 per cento; resta tuttavia inferiore di 10 punti rispetto alla Germania e di 20 rispetto alla Francia. A questo divario contribuisce l’elevata incidenza degli abbandoni: un diplomato su due intraprende studi universitari, ma tra gli iscritti uno studente su quattro interrompe il percorso prima della laurea. E’ una quota troppo elevata, sebbene in forte calo rispetto a vent’anni fa. Tra i fattori che scoraggiano il proseguimento degli studi vi è la lunga durata dei percorsi universitari: in Italia la laurea viene ottenuta in media a 24 anni e mezzo, una età tra le più elevate nei Paesi avanzati. Ne risente il rendimento dell’istruzione universitaria: un laureato trentenne guadagna oggi solo il 20 per cento in più di un coetaneo diplomato, un differenziale nettamente inferiore a quello degli altri principali Paesi europei. Come venticinque anni fa, la maggior parte delle assunzioni di laureati continua a concentrarsi nel settore pubblico, soprattutto nella scuola e, dopo la pandemia, nella sanità. Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento: così, negli anni più recenti, circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero. Ma le differenze retributive non sono l’unica determinante della scelta di lasciare l’Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici. A queste motivazioni si aggiungono spesso preferenze per contesti sociali ritenuti più attrattivi, così come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di origine.

Come detto, è da almeno da 18 anni che si parla di degiovanimento, di fuga di talenti, di Neet: oggi servono delle azioni politiche forti e coraggiose. Sostegno al reddito per chi studia e finché studia e casa in affitto (visto che oggi una casa su tre è vuota e ci sono dai 7 agli 8,5 milioni di “case dormienti” o inutilizzate, un numero enorme che evidenzia una forte contraddizione tra patrimonio abitativo disponibile e l’emergenza affitti nelle grandi città). Poi riduzione a quattro anni dei corsi di Scuole Superiori e incentivi per i corsi ITS (con patti di Distretto / territorio tra lavoro, impresa, orientamento e formazione). Incentivi (come gli attuali di Invitalia) per l’autoimprenditorialità e l’avvio di impresa, unita ad una reale semplificazione amministrativa del Paese. Infine unire scuola ed extrascuola, cioè contesti di apprendimento formale ed informale, dove avviene l’apprendimento in modo definitivo di competenze chiave, spendibili anche sul mercato del lavoro.

 

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