Sintesi del gruppo di lavoro GIOVANI E APPRENDIMENTO – Seminario GCL 2018

Seminario I GIOVANI E LA COSTRUZIONE DI VOICE. Partecipazione, futuro e identità.
5-6-7 settembre 2018 Casa Terre Comuni – Vigo Rendena TRENTO

GRUPPO: Giovani e apprendimento: tra educazione formale e informale.
coordinatore Francesco Pisanu – Responsabile ufficio PAT valutazione politiche scolastiche e direttore della rivista Ricercazione di IPRASE, 
SLIDE di presentazione.

RELATORI :
Alina Resceanu, Monica Tilea, Oana-Adriana Duta (Università di Craiova ROMANIA): Incorporating Education for Sustainable Development in the Romanian Educational System. ABSTRACT –  SLIDES
Gabriella Burba (insegnante – Udine): La scuola nel cambiamento sociale e il fenomeno delle aggressioni ai docenti. ABSTRACT
Samuela Caliari (MUSE – Trento): Teens e musei: scelta o “deportazione”? L’esperienza del MUSE – Museo delle Scienze di Trento. ABSTRACT –  SLIDES
Stefano Bertolo (ARSAP – Pordenone): Il Corpo Docente e la sua Voce – Cuntarla para Vivir. Atelier Autobiografico. ABSTRACT 

La sintesi su GIOVANI E APPRENDIMENTO di Francesco Pisanu.

Il punto principale che emerge dalla presentazione di Alina, Monica e Oana-Adriana è che si può avere un approccio “razionale” e strutturato allo sviluppo dell’educazione sullo sviluppo sostenibile, cioè su un tema di importanza strategica per lo sviluppo delle persone e della società nel presente e nel futuro del nostro pianeta.

>> Dal punto di vista del tema del nostro gruppo (giovani e apprendimento), significa attribuire importanza all’aspetto formale dell’educazione/istruzione in questo senso, con il valore che la scuola e i “formatori dei formatori” (dunque le Università) hanno in maniera esplicita. Lavorare nella prospettiva del formale significa, nella presentazione di Alina, poter dare valore a una serie di strategie educative/formative che sono sia cognitive (pensiero critico, problem solving complesso) che non cognitive (comunicazione interculturale, cittadinanza attiva).

Il tema però, dal mio punto di vista, solleva la classica questione in educazione tra il valore dei contenuti e la “laicità” dei metodi. Il valore in questo caso è inteso in termini “politici”: la sostenibilità è un valore comune all’intera specie umana e il suo sviluppo può essere inteso solo in una direzione (sostegno alla sostenibilità!), ma i metodi utilizzati, soprattutto nel versante cognitivo, se applicati pienamente, potrebbero portare anche a effetti paradossali (ad esempio una buona argomentazione sostenuta dal pensiero critico e dal problem solving complesso, potrebbe smontare uno ad uno gli assunti di base su cui si poggia, politicamente, l’educazione alla sostenibilità).

Del resto i movimenti di destra “sovranisti” che si sono imposti in occidente in questi ultimi due anni (si veda l’esempio degli Stati Uniti), usano proprio gli aspetti cognitivi della comunicazione per orientare le masse nel dibattito anche su temi legati all’ambiente, all’inquinamento, ai cambiamenti climatici, ecc. Un altro punto emerso nella sua presentazione, e che ritroviamo nelle altre, è quello della povertà del capitale umano che emerge nel suo contesto (Romania) e che pare irreversibile: la qualità dell’esito dei processi educativi per i giovani risulta bassa, e continua a esserlo anche nel momento in cui (scelte universitarie) i giovani diventano pienamente adulti. Non è un problema di contenuti, ma di competenze e soprattutto di competenze non cognitive (e in parte di soft skills) che non sono state “nutrite” nel periodo scolastico e che dunque non emergono successivamente.

>> La presentazione di Samuela Caliari  ci fa capire, nell’approfondimento del tema giovani-apprendimento, che esistono delle cosiddette “zone di confine” (che in un certo qual modo mettono a disposizione degli “oggetti di confine” dal punto di vista educativo) tra la scuola (formale) e il mondo esterno (informale, non formale) che se utilizzate al meglio possono produrre maggiore qualità educativa e maggiore partecipazione e sviluppo del sé dei giovani.

Queste zone di confine sono rappresentate in questo caso dalle istituzioni museali. Che non hanno solo una forte valenza di contenuto (le scienze naturali o le scienze in genere, ad esempio), ma anche di metodo (nella fruizione e nella partecipazione). Se in un’ottica tradizionale il museo è sempre stato un’estensione della parte di contenuto dell’educazione formale, Samuela ci propone, attraverso la descrizione delle attività del MUSE rivolte ai giovani (“teens”), anche una prospettiva fortemente informale e in molte occasioni di partecipazione attiva, non solo per attività di contenuto (ad esempio la realizzazione delle assemblee degli studenti all’interno del MUSE).

È interessante come il museo abbia intercettato la partecipazione non dei singoli studenti (che era una dei problemi emersi nell’analisi della loro utenza), ma dei collettivi. Questo richiama ulteriormente il tema del ruolo dei gruppi nell’interazione tra giovani e apprendimento, e dunque delle identità che possono servire da volano per la partecipazione alle attività di apprendimento (una partecipazione collettiva ad una esperienza di apprendimento al museo è qualitativamente superiore e più generativa rispetto ad una partecipazione individuale; questo ovviamente vale anche per la scuola). L’estetica dell’esperienza museale però, potrebbe, se non viene gestita in maniera ottimale l’integrazione tra spazio informale e spazio formale (la scuola), comportare una non integrazione ma opposizione, dando maggiore enfasi all’identità percepita come collegata agli spazi alternativi (il museo), che consentono una maggiore libertà e espressione del sé, e non a quelli formali, in cui sia il sé l’identità, vengono ridotto e livellati sul processo di apprendimento. In questa presentazione, a differenza della prima, c’è speranza per il capitale umano che stanno sviluppando i nostri studenti, è “solo” una questione di ambienti nel quale valorizzare tale capitale.
Potrebbe essere una lezione per chi si occupa di progettazione e realizzazione, e gestione, di ambienti di apprendimento: fino a che punto può spingersi l’innovazione in questo senso? Quanto la scomparsa delle aule/classi può portare ad un apprendimento più significativo per i nostri giovani? Qual è il giusto bilanciamento, influenzato dagli ambienti, tra formale e informale?

>> La presentazione di Gabriella Burba ci porta su un tema, i conflitti tra genitori, studenti e scuola, da una prospettiva più sociologica e dunque più macro.

Vista nei termini del nostro tema (giovani e apprendimento), significa capire e individuare gli elementi e gli strumenti che possono servire per rimodulare in maniera efficace il rapporto di questa triade, per cercare di innalzare nuovamente la qualità dell’esperienza di apprendimento dei nostri giovani. Gabriella non propone soluzioni, ma pone il problema e chiede una discussione su questo.

Le ipotesi che emergono sono praticamente tutte riconducibili al tema dell’alleanza: c’è chi propone un’alleanza tra studenti e docenti, per ricreare il nucleo fondativo dell’esperienza educativa e di insegnamento in classe, che può essere utilizzato poi come base per ricucire i rapporti con le famiglie; c’è chi propone di ripartire dalle famiglie, soprattutto nel primo ciclo di istruzione, per fare in modo che la continuità educativa (tra la scuola e le famiglie, e tra le famiglie e la scuola) possa effettivamente realizzarsi. In ogni caso il tema dell’alleanza rimanda al tema dello sviluppo di comunità: anche per la gestione delle conflittualità è bene ricordarsi che l’istituzione educativa e formativa è inserita, anche fisicamente, all’interno di uno spazio urbano in cui convivono, in costante evoluzione, più comunità di riferimento.

La scuola non può che essere, da questo punto di vista, una scuola di comunità (quindi aperta e disponibile a istanze diverse, formali e informali) che porta tutti i componenti della comunità (e dunque genitori, docenti, studenti, ma anche professionisti, attivisti nel sociale, il terzo settore, altri componenti delle famiglie, ecc.) a conoscersi, frequentarsi e soprattutto ri-conoscersi all’interno di uno spazio comune di consuetudini e valori, oltreché di obblighi morali, che se sviluppato al meglio può essere la base di tale alleanza per i giovani.

>> La presentazione di Stefano Bertolo intercetta vari ambiti nello spazio del discorso su giovani e apprendimento. C’è una parte legata alle strategie di presentazione di sé che sfruttano il potenziale di una tecnica, da lui messa a punto, chiamata atelier autobiografico. Tale tecnica è una modalità efficace per valorizzare gli elementi biografici nell’esperienza di vita dei giovani, per creare maggiore consapevolezze sul sé. Lo sviluppo dell’autobiografia viene inteso in termini non lineari in questa tecnica, rispetto allo sviluppo lineare del processo educativo formale. Ed è proprio questo il valore aggiunto della tecnica: anche il processo di apprendimento non segue, al di là dell’orientamento allo scopo finale (cioè l’ottenimento di un titolo o di un riconoscimento formale), una progressione lineare.

In questo caso il binomio vita-apprendimento è praticamente inscindibile, e la potenza di sviluppo per l’apprendimento nel caso dei giovani, soprattutto nei giovani in situazioni di disagio, è molto elevata.

La seconda parte è legata allo strumento “voce” del “corpo docente”. Ma mi piace pensare che tale lavoro possa essere pensato anche per gli studenti. Stefano parte da questo presupposto: la nostra voce, come per gli strumenti di liuteria, è l’esito di una serie di equilibri fisici e psicologici del nostro corpo, che possiamo considerare quasi come uno strumento musicale. In tal senso è sensibile alle situazioni di squilibrio ed è un campanello di allarme per le situazioni problematiche. La postura, come la definisce Stefano, non impostata in maniera ideale comporta una serie di effetti collaterali nella “presenza”, ad esempio, del docente in classe nel rapporto con i propri studenti. Gli elementi di interesse secondo me riguardano proprio l’uso strategico dello strumento “voce” nella relazione educativa, in cui l’aspetto importante non sono solo i contenuti, come ci dice Stefano, ma la congruenza tra contenuti e voce. Dal mio punto di vista per migliorare la qualità dell’esperienza educativa, per i giovani come per qualsiasi altra tipologia di discente, è necessario lavorare proprio in questa direzione, nel potenziamento della “presenza” dei docenti all’interno degli ambienti di apprendimento, anche attraverso la propria voce che, come dice Stefano, rappresenta in realtà tutto il “corpo docente”.

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