“Senso della scuola, senso del lavoro”: la ricerca del nuovo Osservatorio Iride sui giovani, nato da Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro

L’Osservatorio Iride nasce su iniziativa di Fondazione Costruiamo il Futuro e Fondazione Censis, con l’obiettivo di analizzare e comprendere in profondità le dinamiche che attraversano il mondo della scuola e la transizione al lavoro. Attraverso ricerche e indagini approfondite, Iride mira a elaborare proposte di politiche pubbliche e di rimodulazione normativa. La prima indagine, dal titolo «Senso della scuola, senso del lavoro», analizza i percorsi educativi e le traiettorie post-scolastiche con l’obiettivo di comprendere, attraverso lo sguardo dei giovani, le loro aspettative, le preoccupazioni e le esigenze di cambiamento. Vi è infatti la percezione diffusa — tra insegnanti, educatori e adulti — che molti studenti manifestino disinteresse verso la scuola, mentre l’ipotesi di fondo è che non è vero che i ragazzi non hanno motivazioni, piuttosto, il modo in cui attribuiscono senso alla scuola è cambiato. Da qui la ricerca sul senso della scuola e sul senso del lavoro. L’idea centrale è che i giovani giudicano la scuola soprattutto in relazione al futuro lavorativo: la scuola vale se aiuta a vivere e a lavorare.

La ricerca si basa sulla teoria dell’orientamento esistenziale, secondo cui ogni persona interpreta la realtà attraverso una “mappa di significati”. Tre livelli generano il senso:

  1. Bisogni personali
    sicurezza, riconoscimento, autonomia, relazioni

  2. Interpretazione della realtà
    ciò che il ragazzo crede possibile nel mondo

  3. Valutazione dell’esperienza
    la scuola è utile oppure inutile?

Il senso della scuola quindi non dipende solo dalla scuola, ma da:

  • percezione del futuro

  • fiducia nella società

  • possibilità di lavoro

Il rapporto scuola–studente viene spiegato con una logica semplice: lo studente si impegna se vede un legame credibile tra scuola e vita reale. Nascono così tre possibili atteggiamenti:

1: Coinvolgimento. Lo studente crede che la scuola serva, il futuro sia costruibile e quindi l’impegno abbia senso

2. Adattamento passivo. Lo studente studia solo per evitare problemi e prendere il diploma. La scuola non è significativa, ma necessaria.

3. Disinvestimento. Lo studente non studia perché non vede futuro e non collega scuola e vita.

Qui nasce il vero “disinteresse”.

La maggioranza degli studenti quindi non odia la scuola e non rifiuta l’apprendimento. Il problema è diverso: gli studenti valutano la scuola in base alla sua utilità per vivere ed il senso della scuola dipende quasi totalmente dalla percezione del lavoro futuro.

Quando il lavoro appare:

  • raggiungibile → motivazione alta

  • incerto → motivazione media

  • impossibile → disimpegno

Quindi la crisi motivazionale è in realtà crisi di futuro.

Nascono tre grandi gruppi di studenti:

1. Studenti progettuali

  • vedono opportunità

  • studiano con scopo

  • collegano scuola e vita

2. Studenti strumentali

  • studiano per il diploma

  • motivazione esterna

  • poca passione

3. Studenti disillusi

  • non credono nel futuro

  • percepiscono inutilità dello studio

  • alto rischio dispersione

Importante: il disinteresse non è pigrizia ma razionalità negativa (“non serve”).

Il ruolo degli insegnanti

Gli insegnanti incidono molto quando:

  • spiegano il senso delle cose

  • collegano teoria e realtà

  • riconoscono gli studenti

Incidono poco quando:

  • fanno solo trasmissione di contenuti

  • non mostrano utilità

  • valutano senza relazione

La relazione educativa aumenta la motivazione più dei voti.

Il voto non motiva davvero, ma funziona solo a breve termine. Invece motivano davvero l’utilità percepita, il riconoscimento personale e la prospettiva di futuro.

In conclusione, la crisi della scuola è una crisi di significato, non di disciplina: gli studenti non rifiutano la fatica, ma rifiutano la fatica senza scopo. Quindi la scuola deve cambiare funzione: non basta trasmettere conoscenze, ma deve aiutare a interpretare il mondo, costruire identità e rendere possibile il futuro. In tutto ciò, l’orientamento è centrale e non è una fase finale (quinta superiore), anzi è il cuore della motivazione. Quando lo studente capisce “a cosa serve ciò che studio”, allora aumenta l’impegno. E l’apprendimento funziona se è significativo, cioè quando è concreto, applicabile, narrato ed è connesso alla vita. Il vero problema è la perdita di fiducia sociale, nel senso che se la società appare bloccata, allora cala il senso del lavoro, della scuola e l’impegno. La scuola quindi non può essere motivante da sola. La ricerca ribalta un luogo comune: non esiste una “generazione senza voglia”, ma esiste una generazione che valuta: “Ha senso impegnarmi?” Quando la risposta è sì → studiano.
Quando è no → si ritirano.

La motivazione non nasce dal carattere dello studente, ma dalla credibilità del futuro.

La scuola motiva quando riesce a collegare tre dimensioni: sapere, identità personale e possibilità di vita reale. Se una manca, nasce il disinteresse.

 

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