Metropoli espulsive e aree interne svuotate aprono una frattura territoriale che rende sempre più difficile abitare il Paese. Un programma di scambio tra studenti potrebbe ricostruire conoscenza reciproca e coesione nazionale.
L’Italia non ha soltanto un problema con le proprie aree interne. Ha un problema con se stessa, con la propria capacità di continuare a essere un Paese abitabile, attraversabile, riconoscibile. Per anni abbiamo raccontato lo spopolamento dei paesi, il declino dell’Appennino, l’abbandono delle montagne e delle campagne come fenomeni indipendenti dalla crisi delle grandi città. Oggi appare invece evidente che siamo di fronte ad una unica grande questione nazionale: la crisi dell’abitare. Nelle aree interne abitare diventa difficile perché mancano lavoro, servizi, scuole, trasporti, presidi sanitari. Nei territori più fragili si chiudono le scuole, si allungano i tempi per raggiungere un ospedale, si indeboliscono i collegamenti, manca la forza di adattare i territori alla crisi climatica. Restare diventa così un esercizio quotidiano di resistenza. Nelle metropoli e nelle città ad alta pressione abitativa accade il contrario, ma il risultato è sorprendentemente simile. I servizi ci sono, spesso anche il lavoro, ma abitare è sempre più difficile.
Il diritto alla casa rappresenta oggi una delle fratture più profonde e «non si tratta solo di una questione immobiliare, ma di un nodo strutturale che interroga la tenuta democratica e la possibilità stessa di cittadinanza per le nuove generazioni. Ci troviamo di fronte a un’Italia a due velocità, dove il mercato non riesce a mediare tra due eccessi opposti: da una parte la congestione escludente delle grandi città, dall’altra il vuoto rassegnato delle aree interne e dei piccoli centri», come osserva Salvatore Bimonte (Give Back giovani aree interne). Leggere questa doppia distorsione è necessario se vogliamo comprendere davvero la “questione delle aree interne”. Quei territori non rappresentano un’inesorabile anomalia, ma lo specchio del modello di sviluppo costruito negli ultimi decenni: un modello che concentra opportunità, investimenti e servizi in pochi poli forti e lascia il resto del Paese in una condizione di progressiva marginalità.

Giovanni Campagnoli è Direttore Scuole don Bosco Borgomanero (No) e Direttore della Fondazione Academy, ente di formazione su robotica e meccatronica, che si rivolge in modo particolare ai Neet. Presidente della Fondazione Riusiamo l’Italia che si occupa in particolare di rigenerazione urbana, luoghi di produzione culturale giovanile e di start up culturali. Dal 2017 al 2021 è stato membro del Consiglio direttivo dell’Agenzia Italiana per la Gioventù. Dal 2004 dirige la net agency politichegiovanili.it, lavorando nell’ambito della ricerca, della consulenza e della formazione su politiche pubbliche per la gioventù, in particolare start up, nuovi lavori, spazi di aggregazione e centri di innovazione culturale e sociale. Docente all’Università Salesiana dall’A.A. 2019/2020, per il Ministero Cultura (MiC) ha sia attivato l’Osservatorio riuso sulla rigenerazione di spazi (http://osservatorioriuso.it ), sia fatto parte della Commissione del Programma Creative Living Lab. Valutatore per la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Gioventù del bando “Cosa vuoi fare da giovane?”, di tre edizioni di “Culturability” (Fondazione Unipolis) e Bando Ecosistemi Culturali di Fondazione Cassa Depositi e Prestiti e di tre Avvisi dell’Assessorato Cultura Regione Piemonte (Hangar, per cui ha lavorato per 5 anni, v. www.hangarpiemonte.it). Autore di articoli e saggi in materia di rigenerazione urbana ed innovazione culturale ha pubblicato – per Ilsole24ore – il testo “Riusiamo l’Italia. Da spazi vuoti a start up culturali e sociali”, presentato in 220 date, con una pagina Facebook seguita da 110.000 persone. Nel 2017, per il Sole24ore, ha pubblicato (insieme al team di Hangar), “La (quasi) impresa. Manuale per operatori culturali”. Per Campus del Cambiamento (Milano) è formatore on line e cura il web format “Riusiamo l’Italia” su Youtube. Per Rete Iter (su finanziamento Dipartimento Gioventù), ha seguito il progetto “La grande bellezza” sulla rigenerazione di 5 spazi in Italia e l’attivazione della piattaforma on line sul matching tra spazi “vuoti disponibili” e potenziali riutilizzatori (v. http://www.mappa.riusiamolitalia.it ). Per la rivista di impresa Millionaire ha curato per cinque anni la rubrica mensile sulla rigenerazione dei luoghi, mantenendo lo sguardo sul project management della trasformazione da spazi vuoti a start up culturali e sociali, in particolari giovanili.
Nell’ambito delle politiche giovanili ha collaborato per anni con la Provincia autonoma di Trento, con Rete Iter, con le cooperative sociali Lotta di Sesto San Giovanni, Aurora Domus di Parma e Smart di Rovereto, con il Centro servizi volontariato Varese, con il Comune di Verbania e con la Fondazione Compagnia di San Paolo. Ha inoltre lavorato per il Comune di Rovereto (consulenza al Tavolo organizzazioni giovanili) e per le città di Formigine (progettazione incubatore tecnologico), Monza (candidatura a capitale italiana dei giovani) e Piacenza (progetto No Neet).
Dal 1993 al 2013 è stato amministratore della cooperativa sociale Vedogiovane (NO), occupandosi dell’area politiche giovanili, con attività di formazione e consulenza a molti enti pubblici e del terzo settore. Successivamente ha lavorato per l’Incubatore certificato Enne3 dell’Università del Piemonte Orientale.
Sul tema delle politiche giovanili ha curato numerose ricerche e pubblicazioni.

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