Non chiamatela “fuga di cervelli”: chi va e chi resta, tra opportunità e bisogni
Sono 630mila i giovani emigrati dall’Italia, con un costo pari al 7,5% del pil utilizzato per istruirli, di fatto “andato in fumo”. Lasciamoli andare, certo, ma… Ma quali sono le ragioni che li spingo a partire? Per Daniele Marini (Università degli Studi di Padova) molto è frutto di una percezione: “Il lavoro in Italia viene considerato precario e sottopagato, ma se a volte vero, a volte è percezione. Si tratta di una sorta di “cappa” che non permette di vedere e che poi spinge molti ad andare all’estero alla ricerca di qualcosa di meglio”. Oppure forse, stando alle parole di Michela Andreolli, Founder & CEO Arke, “è solo questione di opportunità. Oggi possiamo farlo, possiamo cogliere queste opportunità con più facilità”. E allora quali possono essere le condizioni per tornare? “Ascoltare e valorizzare queste esperienze fatte all’estero, incentivi fiscali, programmi di rientro” per Nadio Delai, presidente Ermeneia, ma anche un territorio accogliente, rispondente, attrattivo, e lo sviluppo della tecnologia nel mondo del lavoro.
“Spesso pensiamo che coloro che vanno all’estero sono gli ambiziosi, mentre quelli che rimangono sono gli arresi – ha aggiunto Eleonora Angelini, presidente Giovani Imprenditori Confcommercio Trentino. “Ma non è sempre così, si è ambiziosi anche nel restare. Per farlo però serve un territorio che sappia dare ai giovani la possibilità di esprimere le proprie capacità, che crei rete, che permetta al giovane di crescere anche nel rapporto intergenerazionale. Chi va fuori non guarda allo stipendio, o meglio, non solo, ma cerca luoghi dove poter esprimere propria ambizione e poter creare equilibrio tra vita privata e lavorativa”. Non a caso, del resto la metà di coloro che se ne vanno, sono donne. “Perché – ha proseguito Angelini – sono poste a chiedersi prima se quel territorio può accogliere le loro ambizioni di carriera, senza rinunciare alla loro vita privata”. Un punto su cui concorda il suo “collega” di panel al Festival dell’Economia di Trento, il professor Marini: “La Gen Z sta portando un modo nuovo e diverso di vedere il lavoro, al punto che oggi non è l’azienda a dire “le farò sapere” al candidato, ma siamo di fronte allo scenario contrario, per cui i giovani cercano un maggiore equilibrio tra vita professionale e personale”. Ma i fattori sono anche legati all’istruzione, come ha suggerito una ragazza del pubblico, e alla conoscenza del mercato del lavoro, che spesso subisce distorsioni “per sentito dire”; nonché, per Delai, “al sociale. E intendo lo stato d’animo, il desiderio di creare, la voglia di dinamismo. Lo sottovalutiamo ma è questo che poi fa poi tirare l’economia”. Un appello che Andreolli ha sposato in pieno: “I colpevoli siamo anche noi giovani stessi, che crediamo sempre a chi ci dice che le cose sono difficili, ma che dovremmo molto di più provare a metterci in gioco, provare a fare”.
Giovani e lavoro: la crisi non è (solo) demografica
“Stiamo vivendo un cambiamento demografico profondo – ha spiegato Rosina – oggi in Italia gli under 30 sono il 27%, percentuale più bassa in Europa. Ma oltre ad avere meno giovani, abbiamo anche tassi di occupazione più bassi rispetto agli altri Paesi, il che significa che li stiamo sotto-utilizzando”. Ma allora come si colma il divario? Agevolando il lavoro ad alcune fasce di popolazione, una su tutte le donne, ma anche – ha azzardato Seghezzi, ben sapendo di lanciare una provocazione – accettando la grande contraddizione per cui le scelte che possono risolvere il problema sono infelici: penso al cambio delle politiche di pensionamento, che per forza di cose si sposterà sempre più in là nel tempo e dovrà corrispondere a un lavoro sostenibile anche in età avanzata, all’introduzione massiva di tecnologie in alcuni settori”.
Partendo da 4 parole chiave: giovani, geografie, generazioni e genere, il panel ha indagato gli squilibri demografici, quelli che paiono incontrarsi tutti nello stesso punto: nella possibilità o nella difficoltà di costruire futuro attraverso il lavoro.
Giovani, perché, come ha chiarito Rosina, “non sappiamo come funzionano una società e un’economia in cui i giovani sono un bene scarso; si tratta di qualcosa che non c’è mai stato. Ciò che sappiamo è solo che una riduzione eccessiva di chi entra nel mondo del lavoro, creerà uno svantaggio competitivo; che se i giovani non vengono ben formati e ben inseriti nel lavoro, li stiamo sprecando. Per questo diventano fondamentali le condizioni che si offrono loro. Perché se oggi gli over 50 sono la forza lavoro in termini percentuale, sarà nei prossimi 10 anni che ci giocheremo il tutto per tutto, quando i 6 milioni di over 50 andranno in pensione, e andremo incontro a rischi di squilibrio insanabili”.
Geografie e generazioni, perché come ha sottolineato Italia, “i punti critici di questo scenario sono in primis la qualità del lavoro, che è per i giovani spesso discontinuo, precario, sottopagato e incoerente col proprio percorso di studio, ma anche il divario tra salari e costo della vita e un problema di discontinuità sociale e territoriale, per cui in base a dove si nasce, si hanno più o meno possibilità”.
Genere, perché, come ha concluso Guerra, “in Trentino abbiamo un’occupazione nel 2025 quasi ai massimi livelli, al 72%. Ma all’interno di questa cifra, la parte più fragile è composta dalle donne, che lavorano meno, perché impegnate anche nei carichi di cura,tanto di figli, quanto di anziani. Nel nostro territorio sono 20mila le donne che mancano nel mercato del lavoro, e sono 45mila quelle che lavorano part-time. Ma se non è solo nel fare figli, bensì anche nell’accesso di più persone al mercato del lavoro che possiamo trovare una soluzione alla crisi demografica, sono necessari interventi massivi sui servizi”.
Da esecutori a pionieri: un futuro immaginato dai giovani
A facilitare il dialogo è stata Elisa Rapetti, ricercatrice della Fondazione Franco Demarchi, che ha sottolineato come il rapporto tra radici territoriali e apertura al futuro non debba essere letto in termini oppositivi: «Le radici non sono il contrario del movimento, sono ciò che permette il movimento». Una riflessione che ha attraversato l’intero panel, evidenziando la necessità di ripensare il legame tra appartenenza, mobilità e possibilità di costruire futuro.
Nel corso dell’incontro Pietro Sala della Fondazione Megalizzi ha proposto una riflessione sull’Europa come spazio di opportunità, partecipazione e cittadinanza attiva, richiamando il ruolo delle giovani generazioni nella costruzione di un progetto europeo condiviso e aperto. «L’Unione europea è un progetto politico senza precedenti. Proprio per questo partecipazione e immaginazione sono fondamentali per disegnarne la traiettoria futura. L’Europa del 2050 dipenderà non solo dalle crisi che affronteremo, ma anche dallo spazio che avremo il coraggio di aprire alle nuove generazioni», ha dichiarato, aprendo a scenari futuri caratterizzati da mobilità europea circolare e co-costruzione attiva delle politiche da parte dei giovani.
Attorno alla creazione di spazio e di condizioni sul territorio trentino che rendano possibile immaginare prospettive di vita significative è ruotato l’intervento di Sabrina Berlanda, ricercatrice della Fondazione Franco Demarchi e coautrice assieme a Maria Nardello di Tra radici e orizzonti: l’emigrazione giovanile raccontata dalle famiglie, la ricerca commissionata dal Servizio coesione territoriale, politiche abitative e valorizzazione del capitale sociale trentino all’estero della Provincia autonoma di Trento. «Per troppo tempo abbiamo raccontato i territori attraverso ciò che mancava: giovani, servizi, opportunità, futuro. Non si costruisce futuro sull’incertezza. Un territorio davvero abitabile è quello in cui le persone possono immaginare una vita felice, sentirsi accolte e avere lo spazio reale per costruire progetti. La vera sfida oggi non è aggiungere nuove iniziative o interventi, ma avere il coraggio di cedere spazio e fiducia alle giovani generazioni», ha affermato.
Stefano Laffi, sociologo e co-fondatore della cooperativa sociale Codici Ricerca e Intervento di Milano, ha fornito una chiave di lettura su come cresceranno quelli che saranno gli adulti del 2050: «Cresceranno senza modelli fissi, senza vite lineari, senza scelte irreversibili. Cambieranno lavoro, legami, direzione, correggendo la rotta ogni giorno in un mondo inesplorato. Non avranno una stella polare unica, ma un apprendimento continuo. Per chi educa è una sfida radicale: non chiedere più ‘cosa farai da grande?’, ma ‘chi vuoi essere?’. Sarà una generazione di pionieri, più che di esecutori».
Giovani, fuga dei talenti e crisi demografica
Brunetta ha motivato questa scelta in modo netto: “Dei giovani non si occupa nessuno”, citando il caso della Spagna, che negli ultimi anni ha costruito una strategia nazionale di attrazione dei giovani, mentre in Italia — ha osservato — si è fatto poco oltre a misure frammentarie e incentivi fiscali. Una vera strategia sui giovani, ha detto, è mancata, parlando di una responsabilità generale delle classi dirigenti.
Al centro dell’intervento anche la crisi demografica. L’ex ministro ha definito quella italiana non un semplice “inverno demografico”, ma una vera e propria “glaciazione demografica”: un fenomeno strutturale destinato a produrre effetti per decenni. Le nascite sono ormai scese sotto la soglia dei 400 mila nati all’anno e il problema è aggravato dal fatto che le nuove generazioni sono numericamente troppo ridotte persino per garantire un sufficiente numero di futuri genitori.
A questa crisi si aggiunge la fuga dei talenti. Secondo i dati citati da Brunetta, negli ultimi tredici anni l’Italia avrebbe perso oltre 650 mila giovani altamente qualificati, con una perdita stimata di circa 160 miliardi di euro di investimenti in capitale umano sostenuti da Stato e famiglie.
Tamburini ha quindi posto il tema del perché i giovani lascino l’Italia. Per il presidente del CNEL il nodo centrale è la mancanza di fiducia: a pesare sono salari bassi, scarsa produttività e soprattutto la percezione che il merito non venga riconosciuto. In Italia, ha osservato Brunetta, prevalgono ancora logiche non meritocratiche e lunghi percorsi di “gavetta”. Secondo il presidente del CNEL non si tratta solo di una questione economica, ma anche di fiducia, valori e speranza per il proprio futuro e quello dei propri figli. “Molti se ne vanno da luoghi bellissimi in cui vivere, ma dove è più difficile lavorare, fare impresa o costruire una famiglia”, ha osservato.
Brunetta ha poi richiamato il valore storico dell’Italia come Paese attrattivo per talenti, cultura e innovazione. Ha ricordato come nell’Italia del Rinascimento artisti e intellettuali arrivassero da tutta Europa, contribuendo a costruire quel patrimonio culturale e manifatturiero che ancora oggi alimenta il Made in Italy.
Ha quindi parlato del progetto del CNEL che sta raccogliendo testimonianze di giovani italiani all’estero attraverso un’attività di ascolto che ha già coinvolto oltre 1.500 professionisti, ricercatori e lavoratori emigrati: molti di loro sarebbero disponibili a tornare in Italia, a patto di trovare maggiori opportunità e un contesto più favorevole. Sul tema della mobilità internazionale, Brunetta ha inoltre sottolineato che il problema non è la partenza dei giovani in sé, ma il fatto che spesso siano costretti a lasciare il Paese senza poi rientrare: oggi, ha osservato, per nove italiani che se ne vanno ne torna soltanto uno.
Tra i temi affrontati anche quello della “valutazione di impatto generazionale”, introdotta da una recente normativa ancora in fase di attuazione. Brunetta ha spiegato che l’obiettivo è inserire in ogni legge o provvedimento una valutazione degli effetti sulle future generazioni, attraverso una sorta di sistema “a semaforo”: verde per le misure favorevoli ai giovani, giallo per quelle neutrali e rosso per quelle considerate penalizzanti. Secondo il presidente del CNEL, fino a oggi le nuove generazioni sono rimaste spesso escluse dai processi decisionali perché prive di reale peso politico e contrattuale.
In chiusura, il presidente ha rivolto un messaggio diretto ai giovani italiani all’estero: “Abbiate fiducia in questo straordinario Paese. Tornate a darci una mano a cambiarlo, perché abbiamo bisogno di voi”.
Partendo dalla ricerca “Next Gen Power”, il dialogo tra giovani, imprese e istituzioni
L’incontro, condotto da Annarita D’Ambrosio del Sole 24 Ore, è poi entrato nel vivo con la presentazione della ricerca, “Next Gen Power – Giovani, futuro e nuovi poteri: cosa pensano davvero le nuove generazioni”, affidata direttamente a due studenti: Carlo Alberto Chiavegato del Liceo Scientifico Aselli di Cremona e Paramjit Kaur del Liceo Scientifico IIS V. Capirola di Leno, Brescia, che hanno restituito alla platea il punto di vista della loro generazione sui grandi temi del presente.
Dalle oltre 6.000 risposte raccolte emerge una generazione tutt’altro che apatica, ma attraversata da un forte senso di incertezza economica, sociale e professionale. I giovani chiedono stabilità, equilibrio tra vita e lavoro, opportunità concrete e una scuola capace di prepararli davvero al futuro. Non meno studio, ma un’educazione più vicina alla realtà: educazione emotiva, finanziaria, affettiva e maggiore consapevolezza nell’uso della tecnologia. Particolarmente significativo il focus sull’intelligenza artificiale. Il 71% dei ragazzi dichiara di utilizzare già strumenti di AI, ma oltre la metà si sente lasciata sola nell’imparare a gestirli. La preoccupazione principale non riguarda tanto la perdita del lavoro, quanto il rischio di perdere creatività, spirito critico e capacità relazionali. Anche il contesto geopolitico viene percepito come fonte di ansia concreta: molti giovani non danno più per scontato che il futuro possa essere migliore di quello delle generazioni precedenti.
A seguire, la tavola rotonda moderata da D’Ambrosio, ha messo a confronto istituzioni, imprese e mondo accademico attorno ai grandi temi emersi dalla ricerca: il rapporto dei giovani con lavoro, scuola, tecnologia, intelligenza artificiale e trasformazioni sociali.
Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano e direttore dell’Hub della Conoscenza, ha evidenziato la distanza tra adulti e nuove generazioni, sottolineando come i giovani vivano una velocità del cambiamento che il Paese fatica a sostenere, anche a causa del disallineamento tra scuola, tecnologia e mondo reale. Noci ha richiamato la necessità di rafforzare il dialogo tra istituzioni, imprese e sistema educativo, aiutando i ragazzi a sviluppare maggiore partecipazione, orientamento e capacità di affrontare il futuro da protagonisti.
Bruna Olivieri, country manager Italia di Unieuro, ha descritto l’intelligenza artificiale come una trasformazione destinata a ridefinire profondamente tutti i settori produttivi, modificando processi, organizzazione del lavoro e competenze richieste. Olivieri ha spiegato come Unieuro abbia già avviato programmi di formazione e certificazione tecnologica rivolti ai giovani, con particolare attenzione alla valorizzazione delle competenze femminili e alle nuove professionalità legate ai dati e all’innovazione.
Il presidente dell’INPS Gabriele Fava ha ribadito il ruolo centrale delle nuove generazioni per la sostenibilità futura del Paese, illustrando il percorso di trasformazione dell’istituto in una infrastruttura sociale sempre più orientata ai servizi e ai bisogni delle persone. Fava ha inoltre sottolineato come la tecnologia debba essere governata e utilizzata per valorizzare le competenze umane, semplificando le attività ripetitive e creando strumenti più vicini alle esigenze concrete dei giovani.
Pier Maria Saccani, del Consorzio Tutela Mozzarella di Bufala Campana DOP, ha richiamato il valore delle filiere tradizionali del Made in Italy, sottolineando la necessità di rendere questi settori più attrattivi per i giovani attraverso formazione, innovazione e adeguate opportunità professionali. Saccani ha ricordato anche l’importanza di trasmettere il valore dell’impegno e del sacrificio in professioni fondamentali per l’economia italiana, come quelle legate all’agroalimentare e al turismo.
Corrado Passera ha invitato i ragazzi a non omologarsi e a considerare l’ansia come una componente naturale della crescita in una società sempre più competitiva e dominata dal confronto continuo. Sul tema dell’intelligenza artificiale ha sottolineato l’importanza di mantenere creatività, spirito critico e capacità di immaginare ciò che ancora non esiste, evitando il rischio di utilizzare la tecnologia in modo passivo e senza un reale contributo personale.
A chiudere il confronto è stata Irene Boni, consigliera delegata di Unhate Foundation, che ha posto l’attenzione sul tema della precarietà e della solitudine giovanile, evidenziando come molti ragazzi crescano oggi in un contesto segnato da fragilità economica e relazionale. Boni ha inoltre richiamato il ruolo di adulti, scuola e istituzioni nell’accompagnare le nuove generazioni nella costruzione della propria identità, creando opportunità concrete di partecipazione, ascolto e coinvolgimento attivo.
Giovani e democrazia: “Non manca l’interesse per la politica, cambiano i modi della partecipazione”
A confrontarsi sul tema Antonio Campati dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la sindaca di Firenze Sara Funaro, Andrea Scavo di Ipsos-Doxa Public Affairs, il presidente del Consiglio provinciale Claudio Soini, la vicepresidente Mariachiara Franzoia e Alberto Stefani, presidente della Regione Veneto.
Secondo gli interventi dei relatori, l’astensionismo non deriva da un disinteresse verso la politica, ma da cambiamenti nelle modalità di informazione e coinvolgimento, sempre più influenzate dal digitale e dai social media. È emersa – in conclusione – la necessità di costruire istituzioni più accessibili e capaci di dialogare con le nuove generazioni guardando alle sfide del lungo periodo.
Ad aprire il dibattito è stata l’analisi dei dati illustrata da Andrea Scavo, che ha invitato a superare la narrazione di un disinteresse generazionale verso la politica. Secondo i dati sull’affluenza tra il 2022 e il 2025, il non voto dipende infatti soprattutto dalle condizioni economiche, lavorative e sociali. “L’interesse per la politica non è basso – ha spiegato – ma cambiano le modalità di informazione e partecipazione”.
Su questo aspetto si è soffermato anche Antonio Campati, evidenziando il peso crescente dei social media nel rapporto dei giovani con la politica. “Più della metà dei giovani si informa attraverso influencer e creator digitali, che hanno in parte sostituito il ruolo dei partiti”, ha osservato, richiamando il rischio di una semplificazione del dibattito pubblico ma anche la necessità di comprendere i nuovi linguaggi della partecipazione.
Per Funaro i giovani continuano infatti a essere presenti nella vita pubblica, anche se spesso al di fuori delle forme tradizionali della politica. “Dobbiamo chiedere ai giovani cosa vogliono e trasformare le loro richieste in risposte concrete”, ha affermato, sottolineando l’importanza di costruire strumenti più snelli e digitali per favorire il coinvolgimento delle nuove generazioni.
In conclusione al panel, Stefani ha indicato nella capacità di guardare al lungo periodo una delle principali sfide della politica: “La vera sfida politica è pensare alla società oltre il domani, verso i prossimi decenni”.
Un dialogo che invita ad affrontare le sfide generazionali con una politica capace di parlare nuovi linguaggi e utilizzare strumenti contemporanei, superando i luoghi comuni sull’astensionismo e riconoscendone la complessità sociale e culturale.
L’Italia può essere un Paese per giovani: deve fare ecosistema
In un momento difficile, dove il mondo ha perso la bussola, i giovani che stanno affrontando le scelte per il loro futuro devono fare i conti con una straordinaria incertezza. A ciò si aggiunge che, dalle statistiche riportate, solo il 17% dei giovani in Italia è entusiasta rispetto al futuro e sono 40-50mila ogni anno coloro che lasciano il nostro Paese. Cosa fare dunque? “Bisogna investire nei giovani, nelle loro idee. Sono loro che portano l’innovazione e noi dobbiamo metterci in modalità ascolto. Dobbiamo vedere questo momento come ciclo di discontinuità, un’opportunità: avere una visione sociale, come un’ecosistema – la risposta di Alessandro Benetton, presidente di Mundys e Edizione, che ripercorrendo il suo percorso di vita e lavorativo, ha rivolto un invito ai numerosi ragazzi presenti in sala – Abbiate il coraggio di essere scapestrati e di andare controcorrente”.
“Ognuno deve fare il proprio ruolo, io ho scelto di farlo tutti i giorni nel mio lavoro, con fondazioni, startup, lancio di nuovi progetti, assumendo giovani. I ragazzi vanno supportati ed aiutati con esempi concreti per trovare la propria autostima” ha proseguito Benetton. In apertura l’imprenditore ha ricordato come da una parte in Italia i ragazzi vengano preparati molto bene in termini accademici, tanto da essere appetibili per aziende e dottorati all’estero, ma dall’altra si faccia fatica a trattenerli perché non c’è il contesto adeguato. “Come aziende dobbiamo cambiare prospettiva: il giovane che si inserisce deve essere un opportunità e non un costo. Dobbiamo lasciare spazio per la sperimentazione: il dialogo con loro è obbligatorio”. Nel sentirsi la responsabilità di traghettatore, ha infine sottolineato come il cambio generazionale faccia parte di un azienda. “Siamo testimoni di un periodo storico che poi passera a qualcuno altro. I giovani sono coloro che tracciano la strada del futuro e questo non va vissuto come un peso o un obbligo ma come un’occasione da non perdere”.
A seguire la tavola rotonda moderata dalla giornalista de Il Sole 24 Ore Angelica Migliorisi, che ha visto in apertura il videomessaggio di Diana Bracco, presidente e Ceo del Gruppo Bracco, la quale ha sottolineato l’importanza di riaffermare il valore della conoscenza, strumento che permette ai ragazzi di avere innovazione e spirito critico. Ha inoltre ricordato come, sul tema giovani, serva uno sforzo della politica e delle imprese, che il gruppo Bracco porta avanti attraverso diversi progetti e collaborazioni.
Lavinia Biagiotti Cigna, presidente e Ceo di Biagiotti Group, ha raccontato la sua storia tra moda, arte e sport soffermandosi sulla gavetta fatta a fianco di una madre, Laura, severa ed appassionata. “Mi chiedeva sempre: che ne pensi? Dandomi fiducia ancora prima di avere ruoli in azienda – ha spiegato, e sul suo ruolo verso i giovani – Più che traghettatore io mi sento un tedoforo, è importante camminare per un pezzo di strada insieme a chi arriva dopo di noi, dargli una traiettoria che poi proseguirà con il proprio passo. La vera forza è immaginare un ponte tra generazioni, uno scambio reciproco”.
Sulla necessità di attirare i giovani, lavorando in un’ottica di ecosistema che vede insieme atenei, istituzioni, ricerca ed aziende, costruendo un percorso formativo che dia degli sbocchi reali, si è soffermata Marina Brambilla, rettrice Università degli Studi di Milano. “I giovani che vanno via? Significa che abbiamo un livello di formazione eccellente che viene richiesto altrove, inoltre sono nativi europei. Dobbiamo però essere in grado come sistema di riportarli e farli rimanere qua. I giovani d’oggi non cercano scorciatoie ma soluzioni di vita che sappiano valorizzare competenze ed impegno” le sue parole.
Sulle iniziative di welfare aziendale ed interventi per il mondo dei giovani e del precariato ha puntato l’attenzione Alessandro Molinari, amministratore delegato e direttore generale Itas Mutua, ricordando che “L’Italia può diventare un paese per giovani e uno degli aspetti fondamentali sarà la previdenza”.

Giovanni Campagnoli è Direttore Scuole don Bosco Borgomanero (No) e Direttore della Fondazione Academy, ente di formazione su robotica e meccatronica, che si rivolge in modo particolare ai Neet. Presidente della Fondazione Riusiamo l’Italia che si occupa in particolare di rigenerazione urbana, luoghi di produzione culturale giovanile e di start up culturali. Dal 2017 al 2021 è stato membro del Consiglio direttivo dell’Agenzia Italiana per la Gioventù. Dal 2004 dirige la net agency politichegiovanili.it, lavorando nell’ambito della ricerca, della consulenza e della formazione su politiche pubbliche per la gioventù, in particolare start up, nuovi lavori, spazi di aggregazione e centri di innovazione culturale e sociale. Docente all’Università Salesiana dall’A.A. 2019/2020, per il Ministero Cultura (MiC) ha sia attivato l’Osservatorio riuso sulla rigenerazione di spazi (http://osservatorioriuso.it ), sia fatto parte della Commissione del Programma Creative Living Lab. Valutatore per la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Gioventù del bando “Cosa vuoi fare da giovane?”, di tre edizioni di “Culturability” (Fondazione Unipolis) e Bando Ecosistemi Culturali di Fondazione Cassa Depositi e Prestiti e di tre Avvisi dell’Assessorato Cultura Regione Piemonte (Hangar, per cui ha lavorato per 5 anni, v. www.hangarpiemonte.it). Autore di articoli e saggi in materia di rigenerazione urbana ed innovazione culturale ha pubblicato – per Ilsole24ore – il testo “Riusiamo l’Italia. Da spazi vuoti a start up culturali e sociali”, presentato in 220 date, con una pagina Facebook seguita da 110.000 persone. Nel 2017, per il Sole24ore, ha pubblicato (insieme al team di Hangar), “La (quasi) impresa. Manuale per operatori culturali”. Per Campus del Cambiamento (Milano) è formatore on line e cura il web format “Riusiamo l’Italia” su Youtube. Per Rete Iter (su finanziamento Dipartimento Gioventù), ha seguito il progetto “La grande bellezza” sulla rigenerazione di 5 spazi in Italia e l’attivazione della piattaforma on line sul matching tra spazi “vuoti disponibili” e potenziali riutilizzatori (v. http://www.mappa.riusiamolitalia.it ). Per la rivista di impresa Millionaire ha curato per cinque anni la rubrica mensile sulla rigenerazione dei luoghi, mantenendo lo sguardo sul project management della trasformazione da spazi vuoti a start up culturali e sociali, in particolari giovanili.
Nell’ambito delle politiche giovanili ha collaborato per anni con la Provincia autonoma di Trento, con Rete Iter, con le cooperative sociali Lotta di Sesto San Giovanni, Aurora Domus di Parma e Smart di Rovereto, con il Centro servizi volontariato Varese, con il Comune di Verbania e con la Fondazione Compagnia di San Paolo. Ha inoltre lavorato per il Comune di Rovereto (consulenza al Tavolo organizzazioni giovanili) e per le città di Formigine (progettazione incubatore tecnologico), Monza (candidatura a capitale italiana dei giovani) e Piacenza (progetto No Neet).
Dal 1993 al 2013 è stato amministratore della cooperativa sociale Vedogiovane (NO), occupandosi dell’area politiche giovanili, con attività di formazione e consulenza a molti enti pubblici e del terzo settore. Successivamente ha lavorato per l’Incubatore certificato Enne3 dell’Università del Piemonte Orientale.
Sul tema delle politiche giovanili ha curato numerose ricerche e pubblicazioni.

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