Come si è inceppato “Il gioco dell’Io”?

Le comunità sono da sempre crogiuoli di potenzialità peculiari, situate, che possono generare innovazione sociale.

La novità attuale è che queste innovazioni non sono più estese (o estensibili) a livello nazionale. Assistiamo, infatti, al prevalere delle logiche sociali interne alle comunità stesse e ai gruppi sociali. In questi contesti, come certificano con impietoso cinismo i dati sulla mobilità sociale, il rischio più alto è che le comunità sbilanciate ed “appesantite” dalla coorte di adulti baby boomers, siano vere e proprie macchine di riproduzione delle diseguaglianze.

Accanto al nuovo di cui sono sempre state protagoniste, le comunità locali si attestano anche su obiettivi di conservazione e di riduzione della capacità di lettura della complessità sociale legata ai giovani, spesso definendoli “inadatti” al ruolo di adulti. Eppure, va ribadito, sono le comunità, secondo Ardigò e Bauman tra gli altri, ad essere i luoghi preposti al mantenimento dei mondi vitali e ad essere il contesto di crescita dei nostri giovani.
Questa relazione è ineludibile.
Ne deriva che, a questo proposito, sembra essere fortemente ridimensionato, almeno in termini di visibilità, lo slancio degli anni settanta che vedeva nell’autonomizzazione dei processi identitari una delle caratteristiche salienti, anche politica, dei giovani.

Uno studioso come Alberto Melucci, che forse più di altri ha sviluppato programmi di ricerca su questo tema, ci ha ricordato che “Il gioco dell’Io” (1990) è forse il risultato primario dei processi vitali della comunità. Nel suo definire il processo identitario come lo spazio tra l’identificarsi e il differenziarsi rispetto alla comunità/gruppo/famiglia di origine, ha individuato bene la complessità che affrontano i giovani in quest’epoca a cavallo del millennio.

In particolare, la prepotenza dell’affermarsi del corpo e della sua costruzione sociale all’interno della nostra società, cui appartiene anche le complessità della costruzione sociale del genere e della relazione tra i sessi, è forse uno degli spazi di complessità cui rivolgere una attenzione primaria.

I corpi sono per i giovani un luogo in “espansione” in cui, complici anche le nuove tecnologie, i giovani tentano di recuperare il proprio spazio di originalità o di omologazione sociale. Ma questa dinamica, apparentemente, sembra inceppata per il venire meno della progettualità sociale che i baby boomers hanno dapprima determinato a favore della loro esperienza come gruppo sociale centrale nella società, ed ora annichiliscono preoccupati di garantirsi che i margini di vantaggio che hanno maturato (i famosi diritti acquisiti) vengano intaccati a favore delle generazioni successive.

Ci sembra grave che questa “violenza” supportata dal sistema “democratico” del paese non sia sufficientemente tematizzata dall’agenda politica, dove invece si pensa che l’unico problema effettivo sia la sostenibilità del bilancio del paese. Invece, cosa ben più grave, è in gioco il futuro della tenuta democratica del paese.
Per fortuna, in questa tensione problematica, molte cose continuano ad accadere, sempre un po’ uguali a quanto avveniva in passato e sempre un po’ diverse.

Sono esperienze che in modo più o meno spontaneo danno sfogo a quell’energia che caratterizza chi si affaccia alla vita adulta con una consapevolezza di pensiero articolato e complesso e tuttavia ancora libero dalle zavorre che la complessità della vita inevitabilmente comporta.
Le esperienze che ne conseguono accompagnano i giovani nei loro periodi cruciali per la definizione del sé. Riguardano transizioni essenziali come quelle verso la maturità sessuale, verso l’assunzione di un proprio pensiero critico ed originale, verso l’assunzione di uno o più ruoli sociali e verso l’assunzione di una posizione politica definita.

Su ciascuna transizione pesano le complessità recenti delle comunità accartocciate attorno a questa coorte problematica.  Il sintomo evidente sono i processi di instabilizzazione delle relazioni di coppia, la progressiva rinuncia delle coppie di riconoscersi nelle tradizionali forme dei legami istituzionali in cui negli ultimi due tre secoli ci eravamo abituati a ri-conoscerci e più in generale lo sviluppo di una progressiva rarefazione delle relazioni sociali.

Davvero una scena complessa per chi è in ricerca di un proprio baricentro identitario.

Altro sintomo evidente è lo stimolo a lasciare il paese per cercare “sé stessi” oltre confine dove, cambiando la lingua e i contesti, il grande gioco della vita può riprendere e continuare. Almeno per un altro po’.

Photo by Ryoji Iwata on Unsplash.

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