Youth workers e professionalizzazione. Luci ed ombre di un percorso possibile.

Lo Youth Work (o animazione socioeducativa) rappresenta uno dei principali contesti di educazione non formale, ambito caratterizzato da proprie metodologie strumenti e prassi che orientano gli operatori nel lavoro con i giovani.

La necessità di vedere riconosciuto il valore degli apprendimenti acquisiti nei cosiddetti contesti extrascolastici costituisce una delle priorità nell’ambito delle policies europee in materia di gioventù ed è un concetto ripreso, in maniera diversificata, nelle legislazioni nazionali.
Implementare un adeguato sistema di supporto alle pratiche di Youth Work (attraverso strategie, risorse, e l’individuazione di standard e competenze proprie della professione) diventa una questione centrale, nonché una specifica richiesta dell’Europa agli Stati Membri, come ribadito dalla Raccomandazione del Consiglio dei Ministri sullo Youth Work pubblicata lo scorso anno.
Il tema del riconoscimento della professione diventa di conseguenza rilevante ed attuale.

Ciò è vero soprattutto nel contesto italiano dove, ad oggi, non esistono quadri normativi di indirizzo nazionali per l’ambito dell’animazione socioeducativa e più in generale per le Politiche Giovanili.

La competenza è riservata alle Regioni, le quali si stanno diversamente e autonomamente muovendo per la regolamentazione della materia (solo in pochi casi, come quello della Regione Campania con la Legge Regionale 29 dicembre 2017 n.38, gli youth workers vengono formalmente riconosciuti).
Attraverso il mio lavoro di tesi magistrale dal titolo “Youth Work e certificazione delle competenze. Riflessioni sul riconoscimento della professione nel contesto italiano” ho tentato di individuare i principali punti di forza e di debolezza che emergono dal dibattito sulla professionalizzazione.

La ricerca si è sviluppata a partire da un’analisi del contesto e della letteratura (europea e nazionale), accompagnata da interviste a testimoni privilegiati del settore (Youth Workers, formatori ed esperti del settore delle Politiche Giovanili).

I PUNTI DI FORZA
Una legittimazione istituzionale permetterebbe innanzitutto di vedere riconosciuto il valore e il ruolo dell’educazione non formale nel raggiungere outcomes positivi nel lavoro con i giovani. Si tratta di una necessità in linea con le
richieste europee e con le tendenze in atto negli Stati Membri, per un settore che riveste tutt’ora un ruolo secondario rispetto ai sistemi tradizionali d’istruzione.
Tracciare i “confini” della professione potrebbe in generale essere positivo nel fornire maggiori garanzie sulle competenze, sulla qualificazione del personale, sulla qualità degli interventi. Significherebbe enfatizzare il valore di quanto realizzato sin qui e le specificità del lavoro educativo con il target giovanile, dando spazio all’insieme di buone pratiche implementate a livello locale (che costituiscono la base dell’animazione socioeducativa in Italia).
Consentirebbe alle figure professionali di assumere un peso maggiore sul mercato del lavoro, apportando miglioramenti anche in termini di retribuzione e di regolazione contrattuale, ad oggi molto discrezionale e diversificata. L’esistenza della professione di Youth Worker in sé potrebbe anche contribuire al suo inserimento – a tutti gli effetti – nel sistema riconosciuto di offerta di servizi e prestazioni. I criteri, spesso molto burocratici, dell’accreditamento, dei bandi e
così via non permettono il riferimento diretto alla figura o ai contesti di Youth Work, che rischiano di rimanere marginali.
Lo stesso vale per le risorse. In una condizione di generale scarsità di fondi destinati ai servizi per i giovani, a cambiare sono anche le modalità e i criteri di finanziamento degli stessi, ad oggi sempre più “evidence based” e focalizzati
sull’individuazione di standard minimi di prestazione e outcomes misurabili.
Appare chiaro come questo processo potrebbe contribuire a rendere più visibili i risultati e l’impatto delle pratiche di Youth Work, rendendo conseguentemente più facile l’accesso alle risorse e maggiore la legittimazione verso l’esterno.
D’altronde, come evidenziato dalla letteratura, la mancanza di informazioni, evidenze, condivisione di best practice sembra rappresentare una delle principali cause della scarsa visibilità della professione in Italia.
Riconoscere la professione permetterebbe anche di attenuare il rischio che lo Youth Worker resti marginale rispetto ad altre figure professionali, specie dopo l’introduzione della legge Iori, che norma l’educatore professionale “tradizionale”
e rischia di creare una situazione di disparità con gli altri operatori negli stessi luoghi di lavoro. Consentirebbe inoltre di non vedere sovrapposte due figure essenzialmente diverse, come nel caso dei profili descritti all’interno dei Repertori
Regionali delle Professioni e delle Qualifiche.

(Nella ricerca sono stati analizzati i 20 Repertori Regionali delle Professioni, alla ricerca di profili assimilabili a quello dello Youth Worker. Ciò che emerge dai dati raccolti e comparati, è essenzialmente l’esistenza di un profilo di Animatore Socioeducativo, principalmente collegato al comparto socio-sanitario e al lavoro nell’area dello svantaggio e della marginalità. Risulta lontano dall’idea di Youth Work, in quanto non compaiono riferimenti all’educazione non formale, alla cultura, al tempo libero e soprattutto ai giovani).

LE CRITICITÀ
La professionalizzazione comporta tuttavia una serie di difficoltà, rischi e problemi.
Lo Youth Work, per sua natura ampio, dinamico e versatile, è un settore difficile da categorizzare e può soffrire un eccessivo grado di strutturazione. Potrebbe rivelarsi controproducente se confini troppo rigidi lo privassero della capacità di adeguarsi costantemente alla contemporaneità e alle trasformazioni dei bisogni dei giovani.
Inoltre, il rischio principale di questo processo è proprio quello di un impoverimento delle pratiche e di riduzionismo entro criteri, standard e parametri troppo stringenti e semplificati che non ne consentirebbero una corretta espressione.
Parlare di professionalizzazione a fronte di un’assenza di regolamentazione nazionale in materia di Politiche Giovanili e di scarso peso attribuito all’educazione non formale, oltretutto, è difficile da ipotizzare ed è difficile pensare che possa rappresentare una priorità nel breve termine.
Un riconoscimento richiederebbe sicuramente un adeguamento dell’offerta formativa. Gli insegnamenti contenuti nei corsi di laurea in ambito educativo, così come sono, restano generici, senza elementi di specificità nel campo dello Youth
Work e lacunosi per quanto riguarda la dimensione pratica e operativa.
Dalle informazioni raccolte attraverso le interviste sembrerebbe mancare anche una dimensione sostanziale e quotidiana di legittimazione della professione, sul campo, dove spesso il lavoro dell’animatore socioeducativo non è compreso né valorizzato. Per molti questa mancanza rappresenterebbe il problema principale: non tutti gli operatori, infatti, ritengono che un riconoscimento istituzionale “calato dall’alto” sia la soluzione adeguata o necessaria per il futuro del settore.

Intraprendere un percorso di formalizzazione del profilo dello Youth Worker, similarmente a quanto già accaduto in altri Paesi europei, è quindi da ritenersi possibile, utile ed auspicabile, ma anche per certi versi problematico. In generale, alla luce dell’analisi condotta, non sembra che la questione possa rimanere unicamente sul piano sostanziale ed informale – senza “correre il rischio” della professionalizzazione – ancora a lungo.

Lo confermano l’interesse e la sensibilità crescente delle istituzioni, europee e nazionali, verso questi temi e gli interventi
che alcune Regioni stanno iniziando ad attivare sul territorio. La creazione di una base di consenso e di supporto da parte del settore stesso resta, tuttavia, la condizione necessaria.

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