Sintesi del gruppo di lavoro GIOVANI E COMUNITA’ LOCALI – Seminario GCL 2018

Seminario I GIOVANI E LA COSTRUZIONE DI VOICE. Partecipazione, futuro e identità.
5-6-7 settembre 2018 Casa Terre Comuni – Vigo Rendena TRENTO

1) Giovani e comunità locali:  opportunità o limite alla realizzazione dei progetti di vita?
coordinano Debora Nicoletto (Sociologa, responsabile formazione Ufficio Politiche Giovanili e distretti famiglia PAT) e Alessandra Benacchio (esperta in politiche giovanili)

RELATORI:
Alessandra Crimi e Stefano Carbone (animatori di comunità): Cambiare postura senza paura. Un’esperienza per attivare i giovani. ABSTRACT
Ion Resceanu (Università di Craiova ROMANIA): Theological Higher Education and the Dynamics of the Socio-Cultural Life of the Young Generation in the Context of the Last 30 Years in Romania. ABSTRACT
Iva Berasi (Accademia della montagna TSM – Trento) : Giovani e montagna. ABSTRACT
Nicola Giacopini (IUSVE Venezia): Crescita dell’individuo e sviluppo della comunità: Tenno project 4.0 Deutsche Post Stiftung Bonn.
Roberto Albarea
(Università di Udine): La fiducia nella relazione educativa. ABSTRACT

LA SINTESI DI ALESSANDRA BENACCHIO E DEBORA NICOLETTO

Cosa significa parlare oggi di “giovani e comunità locali”?  Questa la domanda intorno alla quale hanno riflettuto i partecipanti del gruppo, composto da circa venti persone, composto principalmente da operatori e studiosi.

La prima relazione a cura di Iva Berasi, dell’Accademia della montagna TSM, assai ricca di dati, ha preso avvio richiamando i risultati di alcune ricerche che confermano ancora oggi una capacità attrattiva da parte della montagna. I giovani, infatti, seppur non con grandi numeri, sono nuovamente interessati alla montagna, al lavoro agricolo e alla trasformazione dei prodotti agricoli. Una scelta che supera il senso classico dell’impegno settoriale, per divenire scelta simbolica capace di dare spazio ad una nuova relazione con l’ambiente, e divenire così protagonisti del cambiamento. Questo implica una valorizzazione delle relazioni all’interno della comunità, un rispetto dell’ambiente e del territorio, con una visione di continuità di impegno di responsabilità verso le generazioni future. Tuttavia, se la “media montagna” e le “terre alte” rappresentate dai rifugi, risorse importanti della proposta turistica trentina, stanno esercitando un fascino su alcuni giovani intraprendenti, dall’altra parte permane una difficoltà da parte dei giovani trentini, in senso più ampio, ad elaborare un pensiero ri-generativo sulla montagna come risorsa.

Secondo Iva i giovani stanno metabolizzando la crisi economica e intraprendono relazioni coraggiose con questo ambiente, coscienti del bisogno di diversificazione. Perché l’idea di “montagna” divenga anche opportunità economica e quindi si concretizzi una possibilità concreta di ritorno alla montagna, è necessaria una sorta di “rialfabetizzazione territoriale”. Serve cioè avviare un processo di riappropriazione della propria identità di abitanti delle alpi e si ricominci a reinvestire nelle professioni di montagna, creando ad esempio il “maestro di montagna”, ovvero colui che vive in montagna tutto l’anno sviluppando idee e strategie “dolci” per la vita in montagna.

In ogni territorio il ruolo dei giovani è fondamentale. Sono loro che interpretano il cambiamento economico e sociale e che ripensano anche lo stare insieme prendendosi la responsabilità di progettare il loro futuro. Per i giovani l’idea dello sviluppo sostenibile è qualcosa che deve portare qualità nelle loro vite. I giovani sanno costruire a partire dai loro sogni e dalle loro utopie.

Un esempio di sviluppo della montagna legato all’intraprendenza giovanile è quello ad esempio di una associazione formata da 25 giovani agricoltori trentini che ha scelto di differenziarsi coltivando il farro ma anche di allearsi con una piattaforma WEB per comunicarlo “fuori”, dal Trentino. È l’esempio di una filosofia di vita che dalla concretezza (produzione di prodotti bio, latticini, ecc.) si fa vendita di sogni e futuro uscendo dagli schemi dell’agricoltore del passato. I giovani in montagna sono anche protagonisti attivi della rivitalizzazione di antiche malghe attraverso lo strumento della cooperazione anche insieme ad altri attori e professionisti. Spesso il percorso di studi sviluppato non ha nulla a che fare con le scelte di ritornare in montagna.

Roberto Albarea, docente IUSVE Università Salesiana di Venezia e UNIUD ha portato un contributo dal titolo “La fiducia nella relazione educativa”. Albarea ha insistito nel suo discorso su cinque concetti chiave: fiducia, relazione educativa, apprendimento, orientamento, narrazione. La sua relazione ha offerto una panoramica riguardante lo sviluppo del senso di fiducia nei contesti educativi. La fiducia si costruisce in modo graduale soprattutto attraverso la relazione educativa, la quale comunque implica il rispetto delle regole, la cura educativa e il dialogo. Emerge qui, come elemento fondamentale, la testimonianza dell’educatore che comunica, interagisce ed educa attraverso la sua persona. Ogni educatore è anche un insegnante, ma deve equilibrare (in dinamica antinomica) il versante dell’apprendimento delle discipline e quello della formazione dell’identità del soggetto che si forma. Albarea ha esposto alcuni accorgimenti attinenti l’autoformazione guidata e l’orientamento educativo/formativo, sottolineando la valenza positiva della narrazione. Ha altresì evidenziato come tutti si sia educatori e quindi depositari di una fiducia che va trasmessa nella relazione educativa attraverso il lessico, il mettersi alla prova, ponendo attenzione al luogo della fiducia, padroneggiando un metodo attento. La relazione educativa è una relazione di potere in cui chi più sa più dà. L’autorità si mette a disposizione e non è potere che subordina. È una relazione asimmetrica che si può superare attraverso l’apprendimento reciproco tra diseguali per giungere a relazioni simmetriche tra diversi.

Perché la relazione educativa non diventi dominio (pur restando di potere) è necessario che: le regole del diritto al rispetto e all’ascolto, siano negoziabili, ci sia una capacità di entrare in sintonia con le persone, l’etica vada testimoniata e che quindi l’adulto sia modello che testimonia verità. È necessario sia lasciato spazio alla sperimentazione della pratica del sé affinché il dono dell’educazione sia leggero. L’educazione dovrebbe essere una esegesi del sé, ci dovrebbero essere orientamento e auto-formazione guidata per generare fiducia con attenzione al contesto a cui ci si rivolge.

La relazione di Stefano Carbone e Alessandra Crimi, rispettivamente psicologo di comunità, con esperienza nelle politiche giovanili, e animatrice di comunità, con esperienza in progetti di cooperazione internazionale, si è incentrata invece sul tema dal titolo “Cambiare postura senza paura. Un’esperienza per attivare i giovani”, riflettendo su una ricerca-azione condotta nel campo del volontariato inteso anche come rapporto tra giovani e comunità. È stato un progetto nato dal desiderio di 5 associazioni di reclutare nuovi giovani consapevoli dell’inefficacia delle strategie abituali. L’ipotesi alla base del progetto è stata che le modalità, la proposta e le parole in uso (dono, gratuità, volontariato) fossero lontane dai ragazzi, dunque da ripensare. Per questo è stato proposto di lavorare su un cambio di postura dell’adulto e attraverso un lavoro di ricerca–azione, ci si proposti di ribaltare il processo abituale “vieni a fare volontariato” ma, piuttosto, invitando a comprendere come i giovani stessi e secondo quali condizioni i giovani si sarebbero attivati. L’adulto chiedeva un favore: “vi chiediamo aiuto per ripensare all’attivazione giovanile”. In cambio, i giovani hanno ottenuto di partecipare ad una esperienza “formativa” e di partecipazione.

Il percorso di ricerca-azione ha portato all’attivazione di 32 giovani – su 40 partecipanti, consentendo: la produzione di un video, curato da 6 ragazzi; l’avvio di un percorso con attività concrete sviluppate con le associazioni; la riprogettazione del coinvolgimento stesso dei giovani che hanno partecipato.

Secondo Alessandra e Stefano il lavoro fatto merita alcune considerazioni. In primis: l’attivazione è un sottoprodotto, cioè le condizioni di attivazione sono determinate da un insieme di condizioni che la possono favorire. È fondamentale riflettere su queste cose che molto hanno a che fare con l’atteggiamento, le condizioni offerte dagli adulti e che le comunità propongono nella relazione con i più giovani. Il principale risultato dell’esperienza conferma come i giovani chiedano l’opportunità di sperimentarsi, in sicurezza, con un adulto accogliente che li guidi.

Un forte impatto è stato generato dall’etica della reciprocità (il dare-ricevere vs gratuità). L’altro aspetto indagato è stato quello del dispositivo “alternanza scuola lavoro”. Un dispositivo che potrebbe diventare alternanza scuola-comunità innescando un processo di cambiamento degli stessi studenti.

Ion Resceanu, docente della Facoltà di Teologia dell’Università di Craiova, ha discusso il tema “Theological Higher Education and the Dynamics of the Socio-Cultural Life of the Young Generation in the Context of the Last 30 Years in Romania”. Ion ha analizzato brevemente l’influsso della formazione teologica nelle scuole superiori rumene in riferimento alla vita delle giovani generazioni nell’epoca attuale. L’educazione teologica si è rivelata una opportunità per osservare sia i cambiamenti che le percezioni dei giovani verso la vita. A questo proposito sono stati richiamati i cambiamenti radicali e le sfide che la Romania ha dovuto affrontare dopo la caduta del comunismo. In quel momento storico fondamentale per l’est europeo si è assistito in Romania al fenomeno dell’incremento delle vocazioni e un ritorno alla spiritualità. Vocazioni che erano legate a posti da ricoprire, ad una sorta di lavoro da occupare. Nei primi anni del 2000 è iniziata invece una fase di crisi dell’idea di religione che sembra crescere di intensità. Da quegli anni si registra un crescente processo di secolarizzazione che appare in linea con quanto già accaduto nel resto d’Europa. Tra la popolazione e la Chiesa si è venuto a creare un clima di non fiducia che ha condotto all’acuirsi degli individualismi. Dal comunismo e quindi da una mentalità collettiva, si è passati ad una mentalità incentrata sul singolo che si è radicata molto nella società. Ora c’è una sorta di barriera io-noi e la sfida dell’educazione teologica è quella di provare a tenere insieme i giovani. Una delle soluzioni è di individuare un gruppo tra i 35 e i 50 anni che sentano questa responsabilità sociale e si relazionino con i più giovani per riportare tra loro un’idea di “noi”, capace di recuperare lo spirito di una comunità.

Nicola Giacopini, docente IUSVE – Università Salesiana di Venezia, ha portato un esempio di progettualità in via di attivazione nel comune di Tenno / Comunità Alto Garda e Ledro. Il progetto “Tenno 4.0”, supportato dalla Fondazione Deutsche Post, mira alla formazione personale e comunitaria dei giovani di Tenno e avrà una durata di 4 anni. Il progetto è una occasione preziosa per i giovani e per il luogo. L’intera comunità è così chiamata a mettere i giovani al centro dando loro fiducia, supportandone le speranze, offrendo opportunità di radicamento nel territorio ma al contempo sollecitando lo sguardo all’oltre, fuori dal territorio per alimentarlo.

PROPOSTA INTERPRETATIVA
La giornata di lavoro unita agli stimoli ricevuti nel corso dell’intero seminario, che comprende anche le testimonianze del lavoro sviluppato dai giovani nei diversi centri giovanili e culturali italiani, ci ha permesso di proporre una distinzione tra due tipi di intenzioni di lavoro con i giovani e le comunità locali: quelli che agiscono “dentro il box” delle offerte progettuali pensate dalle istituzioni/dagli adulti e quelli che si posizionano “fuori dal box”.

Dentro al box” si possono includere le ricerche-azioni e le progettualità che partono da una cornice istutuzionale e all’interno di essa contribuiscono a dar vita a qualcosa di molto sperimentale. Spazi e azioni con un impianto metodologico molto rigoroso, in cui è chiara l’impronta di scelte politiche consapevoli che hanno permesso di mettere in gioco capacità, propensioni, talenti, esperienze con i giovani come protagonisti attivi.

“Fuori dal box” si situano invece quelle azioni, progetti e pensieri nati da combinazioni situate e casuali, determinate maggiormente da specifiche intuizioni. Qui possiamo ricomprendere tutto ciò che in qualche modo permette di cogliere le evoluzioni più recenti della sensibilità rispetto ai problemi, ai talenti e rispetto alle sperimentazioni non promosse dall’intervento pubblico. Ma queste cornici ancora una volta, forse proprio per il tipo di tema di cui si occupano, i giovani, sono permeabili, non rigide. È importante pertanto comprendere e indagare le comunità in cui si inseriscono i vari progetti, per comprendere cosa alimenti e confermi la loro efficacia.

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