Pubblicato e scaricabile il numero #03: iniziamo a parlare di resilienza

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Il seminario 2019 a tema “Giovani e mobilità sociale” ha rilevato come istituzioni, scuola, comunità locali incontrano difficoltà rilevanti in relazione all’obiettivo di promuovere la mobilità sociale delle nuove generazioni, in coerenza con il dettato costituzionale (Art.3) di permettere a tutti di realizzare i propri talenti e prendere parte al progresso sociale.  Da tale considerazione – nella parte finale del seminario – ci si è concentrati sul fenomeno dei giovani NEET, proprio quale categoria – forse la più esplicita e discussa in questi anni – di giovani im-mobili.

Da tali spunti il primo articolo NEET e comunità locali di Tiziano Salvaterra – dopo un excursus sui linguaggi e sulle tematiche prese in esame nel corso degli ultimi cinque anni da parte di studiosi e organizzazioni – “smonta” il concetto di NEET nelle sue diverse categorie. L’etichetta, infatti, se da un lato accomuna le persone che non frequentano una scuola, non sono in formazione professionale e non lavorano, dall’altro viene applicata indistintamente sia a soggetti inseriti nella popolazione attiva sia a soggetti inseriti in quella inattiva. Questa indistinzione non aiuta nel momento in cui una comunità locale intende verificare quanto questo problema la riguardi e, se del caso, quali interventi attivare.

Oltretutto la vulgata porta a ritenere che sia quasi sempre una questione di lavoro che non c’è o di una debolezza nell’approccio al lavoro da parte del soggetto. La realtà è più complessa e diversificata e non sempre il lavoro è la risposta: circoscivere le coorti dei soggetti veramente in difficoltà, coglierne le specificità e per ciascuna domandarsi quale possa essere l’intervento più appropriato diventa indispensabile per mettere le istituzioni, la scuola e il terzo settore nelle condizioni di leggere e affrontare veramente il problema.

Con il secondo e terzo articolo iniziamo a parlare di “resilienza”, resilienza degli individui e delle comunità.

Perché determinate persone, nonostante condizioni oggettivamente svantaggiate/negative, riescono a rimettersi in piedi? Quali sono e cosa favorisce la presenza di quelle risorse che consentono a ciascun individuo di affrontare e superare situazioni traumatiche e/o problematiche?
E qual è il ruolo dei contesti? Possiamo parlare di comunità resilienti? Se si, in che modo queste comunità coltivano la propria resilienza? Il presente numero, lungi dal rispondere in modo esaustivo a queste domande, intende avviare la riflessione che troverà nel seminario 2020 il suo momento più intenso.

Francesco Pisanu nel suo Apprendere la resilienza: il contributo della scuola e della comunità educante nello sviluppo della resilienza dei giovani presenta la resilienza come una delle risorse che insieme a “intelligenza”, tratti del carattere e motivazione contribuisce alla riuscita/successo nel mondo scolastico o dell’inserimento nel mondo lavorativo e sociale. Il modello HERO la affianca alla speranza, all’auto-efficacia e all’ottimismo.

La resilienza (e le sue sorelle) non sono caratteristiche innate o stabili nella vita dell’individuo, ma un sistema di comportamenti, pensieri e azioni che possono essere apprese e sviluppate, e che sono spesso determinanti nei momenti di transizione dall’età dello sviluppo all’età adulta.

Pertanto, se la resilienza è educabile attraverso l’esperienza scolastica ed extrascolastica organizzata (comunità educante) quali strumenti educativi e culturali possono essere messi in atto? L’articolo fornisce esempi di progetti e ricerche svolte in questa direzione.

Gabriella Burba nel suo Resilienza e modelli culturali: un costrutto ambivalente, dopo una dettagliata analisi dell’etimo e del significato del termine, mette sul chi-va-là il lettore sostenendo che il concetto vada per lo meno “maneggiato con cura”. L’enfasi sull’uomo resiliente, la retorica dell’eroe con tutto il suo bagaglio di skills quali l’adattività, la flessibilità, l’intraprendenza (così abusate nelle call for position dell’ultimo decennio) spesso nasconde l’accettazione o per lo meno il rinforzo acritico di un neoliberismo inequivocabilmente individualistico e competitivo, in cui chi non ce la fa è perchè non è stato abbastanza bravo (per cui, alla fine dei conti, la colpa è sua). Si rende necessaria quindi un’analisi critica della resilienza in quanto il modello culturale non è neutrale rispetto alla considerazione di questo concetto e all’utilizzo che se ne fa: dietro alle pratiche e alle retoriche che esaltano lo spirito resiliente, in chiaroscuro potrebbero celarsi valori e finalità contrari a una sana pedagogia e una equilibrata lettura dell’esistente, fondata sul riconoscimento critico di limiti e potenzialità.

Toni Pomasolo nel suo Povertà giovanile e comunità locali mostra come in Italia, nel corso dell’ultimo decennio, la povertà si sia diffusa nelle coorti d’età più giovanili della popolazione. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT, in Italia nel 2018 si trovava in condizione di povertà assoluta il 12,6% del totale dei minorenni e il 10% del totale della popolazione 18-35 anni. Il fenomeno della povertà giovanile ha accresciuto l’attenzione degli studiosi e ha portato anche all’individuazione di nuove definizioni e misure capaci di coglierne la sua multidimensionalità. La principale di queste è la nozione di “povertà educative” e il relativo Indice di povertà educativa (IPE), composto da 12 indicatori in grado di monitorare in modo integrato la capacità complessiva dei territori di favorire o meno lo sviluppo educativo dei minori. Pomasolo descrive quindi le più significative misure attivate per combattere la povertà minorile ed educativa, accennando anche ad alcune delle più recenti proposte in tema.

Roberto Albarea ed Enrico Orsenigo nel loro Educazione e postdemocrazia – prendendo le mosse dalle riflessioni di Colin Crouch – osservano come l’emergere di populismi abbia una correlazione con la mancanza di strumenti per comprendere e pensare alla complessità e sottolineano come questo sia un problema di cui chi si occupa di educazione non può non tenere conto.  La post-democrazia è una condizione socio-politica che per essere affrontata richiede ai soggetti una capacità ermeneutica: saper guardare e interpretare la realtà da molteplici posizioni e confrontare queste diverse interpretazioni. L’articolo avanza alcune possibili forme di risposta: una di tipo strutturale, tendenzialmente macro, che riguarda la società civile e il ciclo produttivo (economia positiva); e una educativa, tendenzialmente micro, che riguarda le persone e le relazioni (relazioni educative).

“Come possiamo aiutare i giovani a diventare se stessi?” è la domanda che si pone Alberto Zanutto nel suo “Diventare ciò che si è”. Ai processi di individualizzazione e soggettivazione, in cui il giovane definisce la propria unicità e si pone in una dialettica di mutuo scambio con il sistema socioeconomico vigente, deve fare seguito una competenza di contro-soggettivizzazione, ovvero uno scatto ulteriore che dallo sforzo di realizzazione del sé eleva alla dimensione della solidarizzazione dei propri bisogni, ovvero alla capacità di vedere i propri bisogni come uno spazio di interazione tra sé e gli altri che si trovano nella mia condizione.

Solo attivando queste contro-soggettivazioni sorge la possibilità della contro-narrazione rispetto a quella che per l’autore è l’egemonia del pensiero capitalistico. Una sorta di pensiero unico che (un po’ come i regimi del novecento) non solo pone di fronte ai giovani un ventaglio limitato di percorsi ma che neppure promuove quello spirito critico che rende capaci di immaginare vie alternative. In questo sforzo famiglia, scuola e media possono e devono portare il proprio contributo.

In APPENDICE il lettore troverà lo Studio di fattibilità dello spazio giovani di Saluzzo a cura di Giovanni Campagnoli. Un esempio di progettazione che potrebbe rivelarsi estremamente utile per enti pubblici e soggetti del terzo settore interessati a pensare, progettare, rendere possibile uno spazio capace di esprimere una vision contemporanea sul mondo giovanile e in grado di affrontare le sfide legate alle sviluppo delle competenze chiave, al protagonismo giovanile e allo sviluppo di comunità che prima tra tutti l’Unione Europea attribuisce a questi luoghi.

Le illustrazioni presenti in questo numero della rivista ci sono state mandate dal centro giovani Cantiere26.  Cantiere26 ha sede ad Arco in Trentino ed è gestito a livello operativo dall’associazione giovanile Smarmellata in partenariato con A.P.S.P. Casa Mia. Punta molto sulla creatività spaziando dalla musica alla webradio, dal videomaking al graphic design. Trattandosi di prodotti che è possibile progettare e condividere sul web, la community è stata attiva anche durante l’emergenza da Covid-19. Nelle pagine seguenti troverete tra articolo e articolo la narrazione dei primi sette mesi del 2020, un’immagine al mese, dagli incendi in Australia alla socialità a distanza. Gli artisti sono tutti giovani under30.
www.cantiere26.it | www.facebook/cantiere26arco | instagram: cantiere26

 

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