Politiche giovanili: il quadro istituzionale tra orientamenti europei, stato e regioni.

“Le politiche giovanili: gli orientamenti europei, il quadro nazionale e le attuazioni regionali” del 18 novembre è stato il secondo incontro di Convivium ONLINE, un ciclo organizzato dalla Rivista Giovani e comunità locali e da Cantiere Giovani.
Hanno partecipato: S. Angioli (Agenzia Nazionale Giovani – ANG), Giovanni Pozzari  (rappresentante del Coordinamento tecnico della Commissione Politiche sociali della Conferenza delle Regioni e delle Province e dirigente politiche giovanili Regione Marche), A. Bisceglia (dirigente Regione Puglia – Politiche Giovanili), F. Digiovanni (direttore Centro TAU Palermo), P. Costanzo (direttore Cantiere Giovani), G. Campagnoli (Net Agency Rivista Giovani e comunità locali).
Moderatore: Francesco Picello (Rivista Giovani e comunità locali)
Obiettivo del webinar:  evidenziare punti di forza e criticità dell’assenza di una legge quadro nazionale nell’ottica di garantire a tutti i giovani italiani pari opportunità di esperienza e apprendimento nella transizione all’età adulta.
Abstract: Ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione, le questioni relative ai giovani sono disciplinate da legislazione concorrente. Il potere legislativo sulla materia delle politiche giovanili è così attribuito tanto al Governo centrale quanto alle Regioni e alle Provincie autonome. Se a livello nazionale non è stata ancora approvata una legge quadro sui giovani, la maggior parte delle Regioni italiane si sono dotate di una legislazione in materia di politiche giovanili. Questa impostazione da un lato ha prodotto una grande varietà di interpretazioni, modelli e strumenti, dall’altro non ha potuto evitare, in determinate aree, una certa fragilità ed estemporaneità degli interventi. In particolare 10 regioni e le 2 province autonome si sono dotate di quella che possiamo ritenere una legge “quadro” abbastanza strutturata. Di queste 12 alcune sono di recente promulgazione e mancano ancora dei regolamenti attuativi (criteri) come la Sicilia e il Piemonte. Delle 8 regioni restanti più di una dispone di una legge legata ai giovani, ma in nessun caso trattasi di una legge quadro, bensì di interventi limitati.  Di queste Lombardia e Sardegna hanno depositato una nuova legge quadro che è in fase di promulgazione, e Calabria e Lazio dichiarano di voler elaborare una nuova legge quadro.
Infine è giusto dire che alcune regioni realizzano le politiche giovanili, in certi casi anche molto innovative (come la Puglia), senza avere una legge di riferimento ma procedendo per approvazione dei Programmi regionali triennali.

 

Di seguito un estratto quasi letterale degli interventi degli ospiti:

 

Serena Angioli / Agenzia Nazionale Giovani

Le Regioni in Italia hanno una competenza importante sulle politiche giovanili e la stessa cosa avviene anche in altri Stati europei che sono strutturati in modo analogo. Ritengo che sia utile prima di tutto tracciare il framework all’interno del quale ci muoviamo e porci la questione del tema delle politiche giovanili e della legge quadro nazionale. Quando si affronta questo argomento tutta la nostra attenzione è rivolta al fatto che manca una legge nazionale ed è forse quindi opportuno chiarire da dove origina questo stato di cose.

Dobbiamo ricordare che dall’Unione Europea ci vengono degli indirizzi ben precisi, e che la stessa Unione ha una strategia chiara sul tema dei giovani, malgrado la politica giovanile non faccia parte delle politiche ad essa delegate, e questo significa che l’Unione Europea non ha competenze sui giovani intesi come categoria a se stante. L’Unione Europea ha una competenza circoscritta ad alcuni tematiche che afferiscono prevalentemente alla mobilità europea dei giovani, agli scambi, al servizio volontario europeo, allo youthwork, ecc. Può così intervenire, da un lato, in maniera diretta per incoraggiare le politiche di cooperazione europea che afferiscono ai giovani e, dall’altro lato, in modo indiretto fornendo degli orientamenti agli Stati. Questi orientamenti (appunto per il fatto che sono orientamenti e non regolamenti) sono finalizzati a favorire la costruzione del «cittadino europeo». Questa è la ragione per la quale si incoraggiano ad esempio giovani italiani ad andare in Spagna o giovani francesi a venire in Italia, perché si vuole appunto arrivare a costruire una mentalità europea: il «cittadino europeo».

Cosa accade quando l’Unione Europea produce tali orientamenti diretti ai ventisette Stati membri (come ad esempio quelli sull’animazione socio-educativa, ma ce ne sono tanti altri), come si pone l’Italia di fronte a questa spinta, come recepisce questi stimoli, questi suggerimenti? Per altro l’Italia fa ovviamente parte dell’organo decisore in quanto sono i nostri ministri e i nostri delegati che insieme ai componenti degli altri Paesi approvano le risoluzioni che poi ritornano a noi sotto forma di orientamenti.  E infatti molti Paesi hanno conseguentemente adottato una normativa quadro sulle politiche giovanili, paradossalmente anche quelli che sono entrati più tardi nell’Unione Europea e che quindi non sono tra gli Stati fondatori.

Dieci anni fa abbiamo fatto molte battaglie per avere una legge quadro nazionale, però all’epoca le Regioni non si erano ancora tutte espresse mentre oggi 12 hanno una propria legge anche se non sempre questa viene poi attuata. In modo un po’ provocatorio ci viene allora da chiederci: è più importante avere una legge quadro nazionale oppure attuare le normative locali che già ci sono? Tra l’altro molti territori sono ricchi di esperienze all’avanguardia. Se poi ricordiamo il fatto che c’è stata discontinuità nelle nomine del ministro, chi ha l’ownership della politica giovanile a livello nazionale in termini di indirizzo, di continuità e di recepimento degli stimoli che vengono dall’Unione Europea e di applicarli? Perché alcuni Paesi ci sono riusciti e noi no?

 

Giovanni Pozzari / Rappresentante Conferenza Stato Regioni e Dirigente Politiche Giovanili Regione Marche

La prima domanda che verrebbe da porsi riguarda in realtà il fatto se le politiche giovanili siano o meno una politica di intervento autonoma dalle altre, nel senso che – come ricordava Serena Angioli – abbiamo messo in campo tutta una serie di interventi rivolti al target giovanile senza però prevedere un format, un framework, un sistema. In breve, non c’è una visione olistica delle politiche per i giovani.

La questione preliminare che dobbiamo affrontare dunque è questa: qual è il contesto delle politiche giovanili? È necessario infatti fissare delle delimitazioni, individuare un perimetro, perché altrimenti, se ragioniamo soltanto su un target di età, le politiche giovanili si dovrebbero occupare veramente di tutto. Mettere a tema questa questione potrebbe essere rilevante proprio in vista della scrittura di quella legge nazionale che risulta ancora mancante.

Per quanto riguarda la Conferenza Stato-Regioni-Autonomie locali-Province autonome – di cui faccio parte –, noi ci occupiamo di politiche giovanili all’interno della Commissione politiche sociali. La Commissione politiche sociali è nata a suo tempo prevalentemente per programmare interventi a beneficio delle categorie fragili, ma ci occupiamo anche di politiche giovanili. Possiamo allora porci una domanda. Perché proprio le politiche giovanili e non l’istruzione, piuttosto che il lavoro o un’altra commissione? Faccio un esempio. Nell’ultima modifica del giro commissioni, è stata istituita la commissione che si occupa specificatamente di sport. Se dunque intendiamo trattare la politica giovanile come una politica autonoma, si dovrebbe prevedere, all’interno della Conferenza Stato-Regioni, una commissione apposita, che dovrebbe però essere molto intersettoriale rispetto alle altre.

Mi pare quindi che non si dovrebbe considerare ciò che avviene all’interno della Conferenza Stato-Regioni-Autonomie locali come un indicatore dell’attuazione o meno di politiche giovanili. Questo perché l’utilità dello strumento della Conferenza risiede nella collaborazione tra i diversi livelli di governo, una collaborazione volta ad agevolare sia l’attività normativa che quella amministrativa. La Commissione politiche sociali  interviene così nel momento in cui vengono prodotti degli atti ministeriali o della Presidenza del Consiglio dei ministri, i quali sono sottoposti ad esame per trovare poi applicazione. Oppure abbiamo un’attività di tipo ascendente, se vogliamo, ovvero una partecipazione delle Regioni all’attività legislativa. Ad esempio recentemente siamo stati coinvolti – come Commissione politiche sociali – nella redazione del disegno di legge sulla disabilità e sicuramente saremmo coinvolti – non soltanto noi, ma anche la Commissione che si occupa di politiche attive e quella che si occupa di istruzione – in merito a un’eventuale legge sulle politiche giovanili a 360 gradi.

Questo è l’ambito operativo all’interno del quale ci muoviamo. C’è poi tutto il discorso di come le singole Regioni interpretano il proprio ruolo nel riparto delle funzioni a livello costituzionale. Mi vien da dire che in ogni amministrazione l’assessore a cui viene data la delega sulle politiche giovanili interpreta il suo mandato con una certa libertà a seconda della propria sensibilità – e con ciò mi riferisco in particolare alla fisiologica alternanza politica che si verifica all’interno delle singole Regioni. Questo è dovuto anche al fatto – come è stato ricordato – che abbiamo un livello di vincolo da parte della Commissione europea abbastanza lasco, anzi decisamente lasco. A ciò si aggiunge la mancanza di una legge nazionale e la semplice presenza, dove ci sono, di normative regionali che vanno a regolamentare l’operatività delle singole amministrazioni in relazione alla sensibilità che si va a presentare di volta in volta.

 

Antonella Bisceglia / dirigente Politiche giovanili Regione Puglia

Ad oggi non abbiamo un luogo dove confrontarci sui profili istituzionali (per nulla secondari) che si occupano di politiche giovanili e dunque ringrazio particolarmente Giovanni Pozzari per la ricostruzione che ha fatto del ruolo delle politiche giovanili nell’ambito del nostro quadro istituzionale. Devo subito dire che in Puglia soffriamo l’assenza di una commissione dedicata alle politiche giovanili.

Lo dico perché in Puglia possiamo contare su di un’esperienza per la verità piuttosto giovane: anche le nostre politiche giovanili sono giovani. Si tratta di un’esperienza che ha appena quindici anni di vita. Possiamo ricondurre la nascita delle politiche giovanili della Regione Puglia al 2005, nel momento in cui si determina nell’ambito dell’organizzazione regionale l’istituzione dell’Ufficio delle politiche giovanili. È un ufficio che fin da subito cerca di declinare alcuni principi di fondo che sono quelli che ci governano ancora oggi. Il principio fondamentale risiede nel fatto che i giovani non costituiscono solamente il target delle politiche giovanili. I giovani non sono cioè i destinatari passivi delle politiche pubbliche che li riguardano, ma rappresentano invece la parte attiva di un processo di innovazione e di sviluppo del territorio e delle comunità. Da questa impostazione scaturisce un processo di innovazione che è intrinseco al portato di novità che il ruolo attivo dei giovani imprime al momento decisionale.  Questo modo di affrontare le cose ha contribuito alla costruzione di un modello di intervento che è abbastanza peculiare e che si è sviluppato con una dinamica che prevede:
– una prima fase di ascolto (che ci vede proprio in questo momento impegnati nell’avvio di una nuova programmazione);
– l’attivazione di sperimentazioni di iniziative pilota con una valutazione in progress dei risultati raggiunti;
– la stabilizzazione delle iniziative.
Questa modalità di interpretazione delle politiche giovanili ha sempre previsto come strumenti di programmazione interventi triennali finanziati prevalentemente con i fondi strutturali e in tale contesto è stato ricavato il quadro dei vincoli e degli interventi.

Devo dire che in questo momento di sviluppo e di attuazione del nostro programma l’assenza di un quadro nazionale di riferimento – soprattutto nel momento in cui sono a disposizione, da un lato, le risorse del Pnrr e, dall’altro, la nuova programmazione comunitaria – solleva per noi dei quesiti che nel passato non ci eravamo posti. È opportuno, dal nostro punto di vista, che vi sia una definizione di un quadro nazionale delle politiche giovanili. Le politiche giovanili della Regione Puglia come si giustificano e come si confrontano con il livello nazionale e con quello europeo? In che misura possiamo valutarne il grado di coerenza e il grado di efficacia se manca un riferimento che ci dica qual è il contesto all’interno del quale dobbiamo operare? La nostra modalità di interpretare le politiche giovanili come si rapporta rispetto all’inquadramento delle politiche giovanili che viene fatto dal governo nazionale in attuazione degli orientamenti comunitari? Queste non sono domande puramente teoriche, ma riguardano nel concreto la possibilità di realizzare gli interventi di politiche giovanili a cui noi miriamo e che sono in qualche misura richiesti dai nostri giovani.

Mi chiedo se il poter contare su di una legge quadro nazionale sulle politiche giovanili non possa anche rappresentare un utile strumento di semplificazione dei rapporti tra Stato e Regioni. Ovviamente una volta che si è stabilito, all’interno di un quadro di condivisione degli obiettivi generali e di condivisione dei criteri di valutazione e di misurazione dell’efficacia delle politiche pubbliche, che cosa vogliono essere le politiche giovanili italiane e di conseguenza quelle regionali. In modo tale si potrebbero creare le condizioni per una relazione istituzionale fluida che forse comporterebbe qualche passaggio in giunta in meno e che potrebbe portare a una maggior sinergia tra istituzioni. Questo consentirebbe, una volta che si è stabilito esattamente qual è il ruolo del governo e quale quello delle Regioni, di avere una filiera istituzionale che non deve intervenire due volte sullo stesso tema. Alle Regioni competerà poi, in accordo con il sistema delle autonomie locali, di definire il ruolo dei Comuni e delle città metropolitane.

In questo senso penso che potrebbe essere utile una definizione del quadro delle politiche più che degli interventi. La metodologia adottata dalla Regione Puglia infatti – che ho cercato di descrivere in precedenza e che procede per sperimentazione di iniziative pilota – è legata a un contesto specifico che dipende da un’analisi puntuale. Dal nostro punto di vista sarebbe molto complesso, se non addirittura controproducente, cristallizzare determinate tipologie di interventi in una norma rigida, in quanto i nostri interventi sono rivolti a favorire i processi di protagonismo da parte dei ragazzi e delle ragazze e ad attivare le soluzioni da loro individuate; e le generazioni cambiano e, con esse, i loro bisogni. Le politiche giovanili dovrebbero quindi prevedere, da un lato, obiettivi fluidi per potersi adeguare alle nuove generazioni che si affacciano al contesto e, dall’altro, strumenti flessibili affinché appunto questi ultimi possano risultare efficaci.

 

Francesco Digiovanni / direttore Centro Media Tau di Inventare Onlus Palermo

Come Centro Tau operiamo sul territorio del quartiere Zisa di Palermo da oltre trent’anni. Possiamo contare su di un centro socio-educativo rivolto a bambini, adolescenti e giovani, che è anche un centro di formazione professionale e altri servizi per gestire le politiche giovanili e offrire opportunità ai giovani. Abbiamo anche un centro di produzione video e di produzioni musicali. Pensiamo infatti che l’arte, la cultura e la bellezza siano degli strumenti importanti soprattutto in un territorio particolarmente svantaggiato come il nostro.

Noi ci troviamo in un’area di periferia. A dire il vero non siamo distanti dal centro storico di Palermo ma è come se fosse periferia, perché le condizioni sociali ed economiche del territorio – e la presenza significativa di attività illecite e illegali della criminalità – rendono difficoltoso uno sviluppo positivo del tessuto sociale.

In Sicilia abbiamo una legge che ha come oggetto le politiche giovanili. La legge è stata pubblicata esattamente trenta mesi fa. Si tratta di una legge molto interessante, anche ben scritta. Si parla del forum regionale dei giovani, dell’osservatorio dei giovani, di contrasto al bullismo, della settimana dei giovani, di centri giovanili sostenuti dalla Regione, della valorizzazione del volontariato… Si parla infine di tempi di attuazione, ovvero di sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge. Sono passati trenta mesi, e di questa legge non ne sappiamo nulla, sappiamo solo che esiste e che è stata pubblicata.

Con riferimento al tasso di giovani che non lavorano e non studiano presentato qualche giorno fa da Save the Children Italia sull’Atlante dell’infanzia, siamo in presenza di una media europea che si attesta intorno al 13,7% , una media italiana del 23,3 % e una media siciliana del 37,5%. Se poi andiamo a vedere ciò che accade nel nostro specifico territorio superiamo addirittura il 70%. Questo comporta che ci troviamo in una situazione in cui pensiamo di sviluppare un processo territoriale di attenzione al futuro non tenendo conto che il 70% dei giovani che vivono nel raggio di un chilometro dalla postazione dalla quale sto parlando (non su Marte o in Africa) lasciano gli studi a quattordici-quindici anni. Noi cerchiamo di fare il possibile per attivare dei processi, ma è chiaro che è importante non soltanto pensare a una legge sulle politiche giovanili, quanto portare attenzione e fare una valutazione sul sistema che produce un dato così incredibilmente disastroso. Se immaginiamo i nostri territori come un’azienda, non possiamo far altro che renderci conto che abbiamo un’azienda dove ci sono settori assolutamente improduttivi, ma dove non c’è nemmeno un impulso a implementare processi di inclusione e di formazione.

Ci troviamo in sostanza schiacciati tra due grandi fenomeni. Da una parte abbiamo una «società dell’agio» che prevede come prospettiva di futuro per i nostri giovani quella di emigrare. Dall’altra parte siamo in presenza, e qui mi riferisco a quel chilometro quadrato che sta intorno al luogo dove mi trovo – ma la situazione è analoga in moltissimi territori di periferia –, di interi nuclei familiari, intere parti della popolazione che in questo momento vivono di reddito di cittadinanza dopo aver abbandonato attività occupazionali attive.

Nel quadro delle politiche giovanili oggi è fondamentale che si ponga un’attenzione particolare ai giovani senza opportunità, ai giovani che nei nostri territori vivono in situazioni svantaggiate e a quelli che sono costretti a vivere di espedienti e di illegalità. È una sfida importante, che riguarda la sicurezza sociale e il futuro, ma che ha a che fare anche con la tenuta della democrazia. Ritengo quindi che sia necessario non tralasciare la dimensione legata a quelle che sono le politiche dell’istruzione, della formazione e dell’inclusione lavorativa dei giovani. Faccio riferimento in particolare al programma Garanzia giovani, che è molto lontano dai bisogni del territorio e soprattutto dai giovani che vivono in territori di periferia.

L’auspicio è che da questo momento di confronto possa nascere un’interlocuzione forte e significativa nei confronti di una politica che istituisce un ministero per le Politiche giovanili ma che poi non guarda in maniera attenta alla funzione di coordinamento delle diverse attività sistemiche che intervengono sui giovani. A volte si pone troppa enfasi su degli aspetti che a mio giudizio sono effimeri e non strutturali rispetto ai bisogni che emergono dal territorio.

 

Pasqualino Costanzo / direttore Cantiere Giovani NA e coordinatore progetto Si Può Fare

Cantiere giovani è nato vent’anni fa, nel 2001, proprio da un’opportunità informale di action trading, siamo cioè il frutto di un’esperienza di politiche giovanili europee che ci ha poi permesso di metterci in gioco a partire dal nostro vissuto che si era appunto formato anche a livello europeo. All’epoca stavamo facendo le prime esperienze Erasmus in giro per l’Europa, provavamo a condividere e a comprendere le esperienze giovanili di altri Paesi – Germania, Francia, Spagna, Inghilterra: siamo quindi venuti in contatto con esperienze nuove che abbiamo in qualche modo provato a portare a Napoli, in Campania.

Cantiere giovani persegue la mission delle politiche giovanili da vent’anni, nonostante non ci sia mai stata la possibilità di dialogare di politiche giovanili né con città metropolitana, né con la Regione, né con il ministero. Tant’è che ancora oggi il progetto «Si può fare» – un progetto legato squisitamente alle politiche giovanili – è stato finanziato dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali e non dalle Politiche giovanili.

Riscontriamo una difficoltà oggettiva in questo senso, perché le politiche giovanili in Italia, e nei Comuni in particolare, sono sempre esclusivamente viste e associate ad altre politiche, quindi al lavoro, alla formazione, all’inclusione. Le politiche giovanili per noi sono sempre state e rimangono ancora oggi partecipazione, cittadinanza attiva, possibilità di mettersi in gioco, cooperare e dare un contributo attivo a cambiamenti possibili. Cambiamenti possibili che devono partire dalla necessità di vedere nei giovani i protagonisti di iniziative che possono anche essere poco allineate a quelle che sono, per così dire, le linee di indirizzo che arrivano dai sistemi strutturati istituzionali. In questo senso sarebbe bello riuscire finalmente a mettere in campo e attuare delle politiche giovanili europee a livello nazionale.

Qualche tempo fa con l’Agenzia nazionale giovani ci siamo chiesti ad esempio in che modo potessimo promuovere un’esperienza di interscambio a livello regionale. Un’iniziativa che a nostro giudizio potrebbe risultare molto utile e interessante. Noi ci stiamo provando anche attraverso altre modalità, ad esempio attraverso l’autofinanziamento.  Si tratta del progetto Si può fare  che è nato circa due anni fa in collaborazione con altre realtà, come Fondazione Riusiamo l’Italia e Rete Iter. Abbiamo provato a chiederci, insieme, come potessimo declinare le politiche giovanili rispetto a un modello europeo. L’idea che abbiamo condiviso è stata quella di dare maggior fiducia a gruppi informali di giovani e di provare a metterci a loro disposizione.  Le realtà del terzo settore – che hanno potuto fare esperienza in questo senso – hanno provato a mettersi in gioco nel portare idee che vengono dal mondo dei giovani. Si tratta, tra le altre cose, di aiutarli a districarsi in tutta una serie di complicazioni di natura burocratica che tendono a favorire principalmente il coinvolgimento di giovani organizzati in forme molto strutturate.

Webinar 18 novembre

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