Giovani, politica, voto: alcuni spunti di riflessione

A Santa Croce, nei pressi di Comano Terme in provincia di Trento, domenica 18 febbraio 2018 è stato organizzato un pomeriggio di riflessione attorno al tema del voto intitolato “Per fare un albero ci vuole democrazia: le radici del voto”. Sono stata invitata a partecipare portando un contributo sui giovani per il quale ho raccolto alcuni dati e alcuni pensieri che qui sintetizzo.

1. Giovani e politica: allontanamento e disaffezione?

Secondo una ricerca dell’Istituto Toniolo realizzata in autunno 2017 a molti mesi dalle elezioni politiche:

  • il 35% dei Millennials (giovani 20-35 anni) esprime una forte intenzionalità di voto;

  • il 40% “boccia” tutte le forze politiche in campo. E questo gruppo mostra non solo sfiducia verso la politica ma, più in generale, verso le istituzioni. Si veda anche la tabella che riporta alcuni dati del 2014 (proposti ancora da Rapporto Giovani) che, pur datata, presenta un trend in linea con gli ultimi decenni.

Da 1 a 10 quale è il tuo grado di fiducia nei confronti della seguenti istituzioni? Media del grado di fiducia e percentuale di voti positivi per sesso – Anno 2014

Media voti

% voti uguali o maggiori a 6

Maschi

Femmine

Totale

Maschi

Femmine

Totale

Forze dell’ordine

4,9

5,0

5,0

44

46

45

Scuola e Università

4,7

4,5

4,6

42

39

33

Chiesa Cattolica

4,2

3,8

4,0

36

30

33

Unione Europea

3,9

3,7

3,8

30

27

29

Sindacati

3,5

3,3

3,4

22

20

21

Comune

3,6

3,0

3,3

25

18

21

Presidente della Repubblica

3,5

2,9

3,2

25

18

22

Regione

3,4

2,9

3,1

23

16

20

Governo Nazionale

2,9

2,1

2,5

18

8

13

Senato delle Repubblica

2,9

2,1

2,5

16

8

12

Camera dei Deputati

2,9

2,1

2,5

16

7

11

Partiti Politici

2,6

1,9

2,3

15

1

11

Fonte: rielaborazione da http://www.rapportogiovani.it/i-giovani-e-le-istituzioni/

Secondo i dati raccolti a febbraio 2018 i Millennials intervistati mostrano ancora incertezza sia sulla decisione di andare a votare sia sul simbolo da indicare sulla scheda:

  • circa il 30% è sicuro di andare a votare ed è convinto della preferenza da assegnare

  • il 15% sa già chi voterà, anche se non si sente pienamente rappresentato dal partito che indicherà.

La grande maggioranza, però, si mostra indecisa:

  • dichiara non andrà a votare il 5% degli intervistati

  • il 14% è fortemente tentato di non andare

  • il 9% pensa di andare al seggio solo se nelle ultime settimane troverà proposte davvero convincenti.

Gli studiosi parlano da tempo di disaffezione, delusione, confusione, scollamento, fuga verso il privato. E questi sono dati preoccupanti perché rivelano il rischio di perdere un’intera generazione che non si riconosce più nelle istituzioni e nelle dinamiche della democrazia.

Anche se è importante evidenziare che non si tratta di indifferenza e disinteresse tout court, piuttosto di sfiducia e delusione: dimensioni di cui la politica non si preoccupa, alimentando un circolo vizioso di disaffezione e sfiducia ulteriori. Perché attenzione e disponibilità a operare per il bene comune non sono necessariamente inferiori al passato.

2. Ma perché un giovane dovrebbe affezionarsi alla politica?

Se consideriamo il dibattito pubblico più condiviso (non esclusivamente solo quello pre-elettorale), non possiamo non rilevare come il panorama è prevalentemente appiattito attorno a tematiche per lo più connesse: età pensionabile, debito pubblico, imposte e detrazioni, previdenza più generosa ma magari difficilmente sostenibile (se non gravando ulteriormente proprio sul futuro e quindi sui giovani stessi). Anche argomenti più vicini alla quotidianità dei giovani, spesso se ne allontanano: si pensi a scuola e sistema formativo che – a prescindere dal merito della questione – sono più spesso oggetto di trattazioni sindacali come luogo di lavoro che non di rinnovamento strutturale legato alla sua (in)capacità di formare cittadini e lavoratori (visti anche gli esiti degli studenti italiani nelle ricerche internazionali sugli apprendimenti).

Anzi: se si parla di giovani, si parla quasi sempre come di un problema in quanto disoccupati, bulli, dipendenti da sostanze o nuove tecnologie… Ma – come ricordano Ambrosi e Rosina in un testo del 2009 1 – la parola giovane deriva da “iuven” che ha la stessa radice di “iuvare” il cui significato è proprio “essere utile, contribuire al bene comune”. I giovano sono sempre stati una risorsa e dovrebbero tornare al centro del dibattito se si vuole preoccuparsi del futuro.

Quando mai si parla così di giovani nel dibattito pubblico (politico)?

3. E come siamo arrivati qui?

Se questo quadro sommario è verosimile, come ci possiamo spiegare questi andamenti? Per trovare una prima risposta la demografia ci viene in aiuto: dall’apice del baby boom del 1964 (1 milione di nati) a oggi il numero di nati è in continuo calo. Anche i recentissimi dati ISTAT lo confermano: nel nostro paese (come in tutto l’occidente, ma in Italia in maniera più consistente) i nuovi nati si riducono costantemente e drasticamente. A questo fenomeno si affianca poi quello dell’aumento della longevità.

Fonte: dati CENSIS, presentati il 23 settembre a Trento da Massimo Valerii

E questo mix presenta due ordini di conseguenze immediate:

  1. la popolazione invecchia rapidamente. Un dato per tutti: l’indice di vecchiaia (cioè il rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni e il numero dei giovani fino ai 14 anni che rappresenta una delle misure atte a descrivere l’invecchiamento della popolazione) in Italia era 91.2 nel 1990 per salire rapidamente a 165.3 nel 20162. Vuol dire che ogni cento giovani nel 1990 c’erano circa 91 anziani, oggi ce ne sono 165.

  2. Inevitabilmente, i giovani sono pochi: Ambrosi e Rosina hanno parlato di peso piuma3 delle nuove generazioni e poi Rosina e Balduzzi di degiovanimento4 a segnalare che i giovani hanno un peso sociale sempre meno rilevante.

  3. Infine, in questo contesto, i giovani incidono poco anche nel mercato elettorale: questo significa che chi fa politica (non necessariamente in termini di partiti) è molto più incalzato a mantenere lo status quo che non a investire in politiche rivolte al futuro per una mera ragione di consenso. In altre parole: è più conveniente una politica sulla “difensiva” che non di sviluppo e prospettiva.

Fonte: Istat, Grafici dinamici – Piramide delle età, http://www.istat.it/it/archivio/27587

Ma è necessario tenere conto che pochi giovani e poco protagonisti della vita sociale, significa meno lavoratori; meno lavoratori significa meno contributi versati all’erario; meno contributi significa meno risorse per uno Stato che, dall’altra parte, vede esplodere la spesa sociale in previdenza, assistenza, sanità proprio perché la popolazione non autosufficiente aumenta.

4. Che fare? Note conclusive

Le vie che si aprono non sono impossibili, ma certamente non facili poiché richiedono la riscrittura di assetti basati su dinamiche passate (tanti giovani, tanti lavoratori, pochi anziani) ormai dimenticate. È necessario ricostruire una nuova visione condivisa della società che vogliamo (in termini di sostegno allo sviluppo, sanità, welfare, sistema formativo) seminando piano piano e cercando di farlo con il coinvolgimento di tutti, anche dal punto di vista intergenerazionale. Va costruita una nuova organizzazione sociale in cui non si vada solo a togliere, ridurre, tagliare, ma a ricreare equilibri che non reggono più. Un esempio: il tema della previdenza e delle pensioni spaventa alcune coorti, ma la longevità spesso si accompagna a un invecchiamento migliore. I 65-70 anni di oggi sono meno critici di 20 anni fa e, quindi, si potrebbe pensare a una fine carriera diversa, magari con un part-time in età anziana che consenta di lavorare meno ma meglio e lasci più tempo per il riposo e il tempo libero.

Non si tratta di contrapporre diritti ma di trovare nuovi equilibri: una società cresce se il benessere è condiviso; se il benessere diventa un privilegio, l’orizzonte si fa grigio e assai pericoloso. Non solo per gli esclusi, ma per tutti.

1.  Ambrosi E., Rosina A. (2009), Non è un paese per giovani, L’anomalia italiana: una generazione senza voce, Marsilio Editori, Venezia

2. http://www.statweb.provincia.tn.it/indicatoristrutturali/ Indicatori strutturali Popolazione Indice di vecchiaia

3. Ibidem

4. Questo termine è un neologismo coniato da Alessandro Rosina e collaboratori per identificare un fenomeno che, pur connesso all’invecchiamento della popolazione, vuole porre maggiore attenzione sul processo di riduzione del segmento giovanile e della sua possibilità di incidere significativamente nella società. Si veda, tra gli altri, Balduzzi P., Rosina A. (2010), I giovani italiani nel quadro europeo, La sfida del «degiovanimento» in in RicercAzione, Volume 2, numero 2

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